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Sono stato tra i pochi privilegiati a partecipare alla degustazione di quindici annate di Varramista, il vino di punta dell’omonima cantina, fortemente voluto e pensato già negli anni 90 da “Giovannino” Agnelli. Che emozione!

Ogni volta che varco il cancello del viale d’ingresso di Varramista lo stupore prende il sopravvento. Eppure non è la prima volta che metto piede nella tenuta di Montopoli Val d’Arno della famiglia Piaggio, che sia per motivi professionali o di piacere. Questa era l’occasione per eccellenza, a mio avviso unica e difficilmente ripetibile, in cui ho avuto l’opportunità di degustare quindici annate differenti del Syrah di Varramista.

Non mi dilungherò a raccontare la storia della cantina, della villa padronale di epoca tardo medicea e dell’immensa estensione territoriale della tenuta: ho già parlato di queste particolarità in un precedente articolo che si può trovare qua.

Mi voglio dedicare al racconto emotivo, personale e di riscoperta di un’azienda e di un vino di cui ho memoria da tempo. Ho assaggiato più volte il Syrah di Varramista, che porta in etichetta l’omonimia con la cantina produttrice. Nella degustazione del 29 Settembre però ho scoperto nuove sfaccettature, calandomi ancor di più nella comprensione del vino e dell’ideale che l’ha condotto fino ai giorni nostri.

Veduta esterna della villa di Varramista

Gli inizi non facili del progetto Syrah di Varramista

L’intuizione e l’idea di fare un vino come oggi lo conosciamo proviene proprio da Giovanni Alberto Agnelli che, negli anni 90 mentre era a capo della Piaggio, scelse Varramista come residenza privata. Si narra ancora oggi della sua permanenza a Montopoli Val d’Arno e nelle zone limitrofe, non senza un misto tra nostalgia e piacevoli ricordi. Oltre ad avere lasciato la sua impronta nella gente di zona, ha portato l’idea di piantare Syrah in terreni che all’epoca sembravano poco adatti: è lo stesso Federico Staderini, enologo dell’azienda dal 1989 e presente ai tempi di Giovannino Agnelli, a raccontarci come gli albori del progetto del Syrah di Varramista siano stati tutt’altro che semplici. I terreni dove sorgono i vigneti di Varramista ( circa 8 sui 400 totali della tenuta ) sembravano poco propensi alla coltivazione della vite, bensì più idonei ad una coltivazione di cereali.

C’era diffidenza iniziale in quel progetto di piantare un’uva poco avvezza a queste zone toscane, ma che invece ha trovato nella zona di Cortona ( in provincia di Arezzo ) un terreno fertile per produrre vini di grande espressione. Eppure il Syrah di Varramista oggi ha una propria identità, ben definita e riconoscibile, che segue in modo pedissequo lo stile sussurrato della tenuta.

Chi assaggia oggi Varramista, Syrah in purezza dal 2003 dopo i primi anni di blend con Sangiovese, troverà un vino al tempo stesso toscano nell’animo ma originale nella forma; presente e strutturato nel gusto ma sempre elegante e fine nelle movenze.

La comunicazione di Varramista anticipa lo stile messo nella produzione del vino: non servono clamori, slogan e neppure forzature quando si ha dalla propria parte consapevolezza e coesione negli intenti. I vigneti sono gestiti in maniera da rispettare i dettami del biologico, con la vendemmia 2021 che sarà la prima certificata, mentre una parte è addirittura gestita in biodinamica. Molte aziende sventolerebbero bandiere e stendardi, a Varramista invece si preferisce lavorare in silenzio con criterio e dedizione.

Camera vista vigne da Varramista

Una verticale da sogno per il Syrah di Varramista

La mattina seguente l’arrivo l’elegante imponenza della villa progettata da Bartolomeo Ammannati si mostra in tutta la sua sussurrata bellezza. CI vorrà il frastuono ed il vento mosso dalle pale di un elicottero da turismo per scuotere la quiete del momento ed insinuare attese adrenaliniche nei presenti.

A gruppi di cinque persone ci aspetta un tour sopra la tenuta e la vallata circostante, per poter ammirare dall’alto il fascino dei 400 ettari che circondano la villa. Per me è stata la prima volta in elicottero, dopo numerosi viaggi in aereo, e mi sono goduto i momenti di volo in modo più intimo, diretto e viscerale. Meglio l’attesa del momento od il momento stesso? Non so rispondere, ma c’era carica emotiva nell’aria e si sentiva.

L’interno della villa viene aperto in rare occasioni e noi della stampa siamo stati tra i pochi fortunati negli ultimi anni a godere della sua bellezza. Un salone di notevoli dimensioni arricchito da mobilio e quadri di antica data sono il palcoscenico per i tavoli della degustazione, disposti a rettangolo tutti attorno ad un altro pezzo simbolico della sala: una dei primissimi esemplari di Vespa Piaggio prodotti, proprio quella del 1946.

Quindici annate del Syrah di Varramista in degustazione

Sento l’attesa salire, come l’emozione del momento, mentre scelgo il posto per iniziare la mia degustazione. Proprio dietro quella bellissima Vespa. Mano a mano i calici vengono riempiti con le varie annate di Varramista previste per la giornata. Partirò nell’assaggio dalla più vecchia, come spesso faccio quando si parla di vino rosso. Parla lo Staderini per introdurci un pò di storia dell’azienda e raccontarci aneddoti che hanno portato il Syrah di Varramista fino ai giorni nostri. È il momento di iniziare: apro il mio Moleskine, appoggio la penna sulla pagina vuota e porto la mano al calice della 1995.

Si parte!

Ecco il mio resoconto sulle quindici annate più due del Syrah di Varramista

Nel 1995 avevo 14 anni ed ovviamente non bevevo vino. Ho iniziato un pò tardi, ma con gli anni mi sono sicuramente rifatto del tempo perso. Questa 1995 figlia di Sangiovese e Syrah è ancora in piedi, ha un naso di frutti maturi, balsamico e signorile. In bocca è ancora entusiasmante per la globalità di sensazioni che portano a finezza e discrezione, con una buona lunghezza di gusto ed equilibrio. Non posso dire altrettanto della 1996, rispetto invece a quanto sentito da altri colleghi, per via dei problemi della mia bottiglia. Peccato.

La 1998 è figlia di un olfatto meno disteso, più compatto ed introverso. Anche in bocca non ha l’ampiezza che mi aspetterei ma è bilanciato nelle sensazioni, con freschezza giusta ( bel ricordo di scorza di arancia essiccata ), tannino mai sgarbato e chiusura mentolata. L’annata del millennio ( la 2000 ) è tenebrosa e scura al naso ( legno di sandalo, tabacco scuro e frutti neri ) oltre a note terrose. Al palato si concede meglio, contrastando quando detto al naso, con un sostanziale equilibrio tra frutto, tannino, sapidità e freschezza. Interessante la nota piccante nel finale.

La dolcezza polposa e la speziatura aprono i profumi della 2001, che ha anche fini sentori di erbe officinali ed eucalipto. All’assaggio è consistente, con astringenza giusta e ben sciolto in freschezza. Pieno, mai concentrato e piacevole. Che finezza ed eleganza la 2002 nei profumi: c’è tutto ma sempre garbato, pensando ai frutti maturi, alla polvere di caffè, all’oliva nera ed al cuoio. In bocca ha un pò meno carattere perché passa troppo tannino, chiudendo il distendersi di altre sensazioni. Poi arriva la 2003 a dare concentrazione e pienezza nei profumi, dove cioccolato, pellame e frutti sottospirito fanno capolino. Il gusto è polposo, carico, ma non per questo sbilanciato, in un balletto a tre tra struttura gustativa, freschezza e tannino che allungano bene il ricordo della degustazione.

Panoramica delle 15 annate di Syrah di Varramista
Le quindici annate di Varramista degustate

Sono arrivato a metà batteria: adesso le ultime annate del Syrah di Varramista

Dalla 2003 l’uvaggio con il Sangiovese termina: si ha Syrah in purezza e cambia lo stile, come già descritto prima.

La 2004 gioca su sfumature quasi eteree, balsamiche e decotto di erbe aromatiche. Meno ampio di altri ma dice la sua. L’assaggio è piccante, vibrante e teso. Ha meno spessore, tranne che nel tannino, ma è un vino a briglie sciolte in acidità e scorrevolezza.

La 2005 si veste di scuro, con profumi noir e tenebrosi, con finale quasi leggermente smaltato. In bocca sembra agrumato, sa di arancia sanguinella e melagrana ed ha un’acidità continua e lunga, a scapito della presenza tannica. Si salta alla 2012 che sembra aver ceduto buona parte della propria integrità, causa una bottiglia sfortunata: anche qua peccato perché sembrava ci fossero ottime potenzialità.

Dalla 2013 cambia anche il colore del vino, che è più purpureo e meno evoluto nella cromia. Piccante, speziato e balsamico al naso: insomma si sente che c’è molta materia. Carnoso in bocca, un filo ematico e con slancio agrumato e fresco che accompagna un tannino importante e fitto. Ancora in evoluzione ma già ben godibile.

La 2015 ha una profondità olfattiva che fa godere: gioca tra profumi dolci del frutto, noir del tabacco e del caffè, piccanti del pepe e della cannella. In bocca sembra da mordere, ma senza cadere deviazioni grossolane. È vivace e vivido al sorso, con una buona spalla acida ed un tannino quasi dolce. Elegante.

Quando sento la 2016 capisco che è una delle mie preferite: è più morbido nei profumi, pur stando nel solco delle sensazioni della 2015. Si sente maggiormente il suo lato mediterraneo che si distenderà ancor più negli anni a venire. È equilibrato in bocca ma con amplissimo potenziale: buona presenza tannica, frutti densi, acidità vibrante e gusto che allunga. What else?

Le due super anteprime: 2018 e 2019

La 2018 apre al naso subito erbacea, vegetale e con un balsamico sparato. Poi si rilassa e senti il frutto ancora pieno di polpa, con una complessità evolutiva che si sta formando. In bocca è teso, già espressivo seppur giovane e con un frutto bello dolce che non chiude il passo all’acidità quasi dilagante. Tannino robusto ma dai modi nobili. Diventerà favoloso.

Infine tocca alla 2019, in bottiglia da veramente poco tempo, segnare la strada del fututo del Syrah di Varramista. Ovvio che al naso tutti i profumi scalpitano per emergere, rompendo le righe della compostezza di altre annate. Ma sia al naso che al palato si capisce che sostanza, materia e potenzialità hanno già stretto un patto d’acciaio per creare un grande vino da qui a qualche anno.

Le bottiglie della verticale del Syrah di Varramista

Varramista: non solo vino ma anche buon cibo, arte e cultura

Dopo il racconto della degustazione verticale non posso mancare di fare cenno alle iniziative collaterali vissute nei due giorni passati come ospite a Varramista. Oltre a godere dell’accoglienza di Podere La Frasca, dove ho dormito due notti immerso nei vigneti, porto ancora ottimi ricordi del tour con guida turistica nel centro di San Miniato, prima dell’ottima cena dallo chef Gilberto Rossi nel suo ristorante Pepe Nero: piatti complessi e studiati con maestria d’autore!

Lo stesso potrei dire del pranzo post degustazione, organizzato sempre dallo chef Rossi nel giardino laterale della villa, come della visita al Museo delle Navi antiche di Pisa, davvero una scoperta sconvolgente per l’importanza storica che ha portato alla luce.

Infine mi sento di ringraziare anche Fabio e Michela dell’Osteria del Sole di Capannoli che hanno saputo, grazie alla loro accoglienza e cucina, farci concludere in bellezza la due giorni di press tour con una cena a base di tartufo.

Ovviamente non potrei dimenticarmi delle due grandi donne che hanno reso possibile il tutto: Francesca Frediani, responsabile commerciale di Varramista, e Claudia Marinelli, addetta stampa e consulente. Sono riuscite a portare una ventina di persone alla degustazione verticale, oltre ad organizzare in maniera impeccabile il press tour per chi ha pernottato in azienda: non era scontato che tutto andasse per il meglio, per questo faccio loro un doppio complimento. Brave!

di MORRIS LAZZONI

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27 Ottobre 2021 – © Riproduzione riservata

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