Ho passato tre giorni a Verona per il Vinitaly 2019: giorni che sono sempre pieni di impegni, ma anche di passione e di adrenalina. Voglio raccontarti cosa ho bevuto. Se tu non c’eri al Vinitaly, so che potresti odiarmi, ma sappi che l’ho fatto anche per te!

Inizio il mio Vinitaly 2019

Verona, è la capitale del vino mondiale durante Vinitaly 2019

Diciamo che di Vinitaly ne sono stati fatti tanti, cinquantatre per la precisione, mentre per me il VInitaly 2019 è stato il quinto da blogger e professionista del settore vino. Ogni anno è un’esperienza diversa, nè migliore nè peggiore, ma unica nel suo genere. Anche quest’anno ho fatto molte degustazioni, conosciuto nuove aziende e salutato vecchi amici. Qualcuno è rimasto fuori dalla lista delle cose fatte e me ne dispiace, ma la frenesia del Vinitaly non permette mai di salutare e conoscere tutti.

Ti farò un cronistoria dei miei assaggi migliori, ovviamente senza filtri o paura di dire le cose come stanno! Per fortuna ho assaggiato molti vini buoni e ne ho trovati pochi da bocciare. Meglio così!

 

Intanto perché non ti leggi il RACCONTO DEL VINITALY 2018? Ci potrebbero essere alcuni spunti interessanti! Chissà che non li ritrovi anche quest’anno!

 

Ho iniziato il Vinitaly 2019 passando dall’Alto Adige la Domenica mattina

La Domenica mattina avevo voglia di certezze e di grande qualità e mi sembrava giusto iniziare dall’Alto Adige per trovare nuove cantine e vecchie certezze da confermare. L’Alto Adige è una regione in cui la qualità media dei vini è alta, nulla che dire: è difficile trovare vini incerti o fatti male in quella zona. Anche le cooperative fanno vini di buon livello, rispetto a quanto accade in altre regioni che spesso si lasciano andare verso produzioni che sfiorano il limite civile del buon senso.

Manincor: perla del Lago di Caldaro

Manincor al Vinitaly 2019

Quando sono alla ricerca di vini eleganti e fini lo sguardo va spesso rivolto all’Alto Adige, terra che poche volte sbaglia un colpo quando si parla di vini. Questo è stato infatti il filo conduttore della degustazione allo stand di Manincor, incentrata soprattutto sulle annate 2017 e 2018.

Non ti tedierò con infinite notizie sull’azienda, sappi solamente che ha certificazione biologica, lavora in biodinamica ( ha ottenuto la certificazione nel 2009 ) ma non disdegna la ricerca del bello, dell’eleganza e del ben fatto come dimostrano le immagini che trovi sul loro sito internet. Altri particolari sono la breve macerazione delle uve prima della fermentazione, l’uso di lieviti indigeni e la grande pulizia che caratterizza ogni vino.

In foto potrai vedere molti vini degustati ma io cercherò di inserirne solamente alcuni: non perché gli altri non mi abbiano colpito ma per ovvie ragioni di lunghezza dell’articolo. Inizio subito con i primi assaggi di questo Vinitaly 2019!

Eichhorn 2017 

Ritrovo l’eleganza e la mineralità delle Dolomiti in questo Pinot Bianco, visto che l’insieme dei profumi ha ottima finezza, facendomi notare una fitta trama di erbe aromatiche legate a frutti dalla polpa bianca ancora croccanti. Risento le stesse note anche al palato, dove la sapidità fa la regina della scena, lasciando spazio anche ad un agrumato, pieno nel gusto, che allunga la verve dell’acidità. Davvero un bel Pinot Bianco.

Sophie 2017

A volte mi capita di degustare Chardonnay banali e di fattura scontata, ma ammetto che il Sophie di Manincor è tutta un’altra cosa! Non mi aspettavo di trovare uno Chardonnay così fine, in cui banana e pesca si fondono al naso con un finissimo ricordo burroso e la leggerezza di camomilla appena colta. Al palato è più grasso del Pinot Bianco, ovvio che sì, ma non per questo fuori dai canoni di finezza tipici dell’azienda. Non perde mai freschezza ed acidità ed è sempre accumunato dalla vena sapida di Caldaro. Quanto è lungo e di classe al palato!

Manincor Sophie 2017 al Vinitaly 2019

Sto per provare due Sauvignon di grande personalità: sei pronto?

Entro nel mondo dei Sauvignon di Manincor con il Tannenberg2017 per la versione pulita ed elegante di una delle uve che più divide i gusti dei consumatori. Qua è vestita a festa, grazie al perfetto bilanciamento nei profumi tra la componente erbacea/ erbe aromatiche e la carica fruttata. In bocca si dimostra un vino di struttura, pieno e con buon calore alcolico in cui la verve dei frutti tropicali sposta di forza la perfetta eleganza sentita finora. Però che lunghezza che dimostra tra gusto e salivazione!

Siccome non ero pienamente soddisfatto mi tengo per ultimo un altro Sauvignon, il Lieben Aich 2017, che dimostra la sua stretta parentela con il Tanninberg ma anche il distacco per rotondità dei profumi, ampiezza e maggiore complessità. Forse è il vino meno fine, tra quelli che ho bevuto finora di Manincor, ma non riesco a dargliene una colpa, anzi la sua irruenza mi piace perché sorprendente e fuori dal coro. Al naso quelle erbe officinali, la frutta secca e l’esplosione dei frutti tropicali mi danno una gioia immensa! In bocca ha il nerbo vegetale del Sauvignon di razza, inserito in una sferzante acidità che chiude la bocca in un continuum di salivazione e persistenza. Nel modo in cui mi rapisce al palato ritrovo l’eleganza, sicuramente più rustica e scalpitante. Comunque mi piace, è un gran vino!

Contatti: Manincor, Caldaro (BZ) | www.manincor.com

 

Dopo aver provato i vini di Manincor viene da chiedersi: ma allora non è vero che un vino biodinamico, rispettoso della natura e che usa lieviti indigeni deve puzzare e avere difetti! Rivediamo un pò il concetto su cosa debba essere il vino naturale ed azioniamo il cervello!

 

Resto sempre in Alto Adige e mi sposto da Köfererhof

Pochi passi dal precedente stand per arrivare ad un altro produttore a cui sono legato e che scelgo in enoteca quando mi va un vino tipico e tagliente dell’Alto Adige. Trovo un’atmosfera più famigliare e meno “regale” allo stand di Köfererhof, così come mi ricordo i suoi vini: diretti, tipici e di tenace personalità.

Parto dal Müller Thurgau 2018 per capire quanto incida lo stile di Köfererhof in un vitigno sicuramente meno sulla cresta dell’onda rispetto a qualche anno fa. Mi piace la finezza al naso, dove l’ampiezza olfattiva non è così invadente e sporcata da profumi grossolani come nei Müller Thurgau dell’epopea commerciale. Arriva citrino e agrumato, dando un tocco diretto e ben preciso alla bevuta. Forse manca un pò di pienezza, ma gioca sulla delicata verticalità con cui porta sapidità e persistenza di gusto in modo ottimale.

Continuo con il Kerner 2018 che si dimostra ben diverso dal precedente, confermando che sa produrre vini di carattere. Ha un buon impatto profumato, ma non perde l’amplomb dell’eleganza olfattiva. È questo che me lo fa giudicare di buon livello, grazie al bilanciamento tra polpa gialla dei frutti, mineralità e tocco di erbe aromatiche. Continua anche al palato a dimostrare il suo valore, grazie ad una freschezza croccante e piena di materia fruttata, che mette in evidenza sapidità e finezza per vari secondi.

Köfererhof al Vinitaly 2019

Affronto il Gewürztraminer prima di passare al Sylvaner

Intanto ammetto di non essere un grande amante di quest’uva, ma il Gewürztraminer 2018 di Köfererhof sa essere agile al naso, teso nei profumi e mai invadente come lo sono tanti vini simili. È preciso, pur sapendo portare alla mia attenzione la nota timbrica del vitigno, con la connotazione di frutti tropicali, fiori gialli e spezie dolciastre. Prima dell’assaggio mi aspetto coerenza e la ritrovo con piacere: si sente che è un Gewürztraminer ma è più composto di altri, più fine e meno guascone. Non perde il contatto con l’acidità e mi dimostra bevibilità e facilità di approccio come non trovavo da tempo. È goloso, invitante e di buona fattura.

Ora tocca al Sylvaner 2017 creato dai vigneti più vecchi dell’azienda. Mi conquista subito, senza tante remore: mi porta ampiezza di profumi, ma anche garbo e tanta qualità alla voce finezza. Al naso è compatto, tutto d’un pezzo e ben amalgamato tra potenza fruttata e leggerezza minerale e di erbe aromatiche. Anche in bocca dimostra il suo savoir faire, visto che è salivante, erbaceo ma anche croccante nel tocco fruttato e lascia ogni momento eleganza e bellezza globale. La bevibilità di questo vino è scandalosamente ottima, ma non per questo banale o scontata, bensì piena, ampia e persistente per vari secondi.

Contatti: Köfererhof, Novacella (BZ) | www.koefererhof.it

 

Ma che gli vuoi dire ai vignaioli dell’Alto Adige? Nulla, perché bere vini che siano banali o di scarsa qualità è più difficile che trovare un ago in un pagliaio!

 

Un’altra cantina dell’Alto Adige ma con legami romani: sono da Maso Thaler

Quando mi avvicino allo stand capisco subito che la parlata non è quel mix letale tra italiano e tedesco, tipico delle vallate del Sud Tirolo. C’è un accento diverso nell’accento dei titolari, più del centro Italia: poco dopo infatti la scoperta viene alla luce. Si chiamano Francesco e Filippo, sono originari di Roma e trapiantati in pianta stabile in Alto Adige, dopo aver seguito le orme del padre, che già 30 anni fa, produceva uva per venderla a terzi.

Poi è arrivata l’idea di creare una propria azienda ( azzeccata direi, visti i risultati ) e di fare la propria gamma di vini: siamo nel 2004 e parte la prima vinificazione indipendente. Apprezzo la scelta ed il coraggio perché lo stile dei loro vini è veramente altoatesino, nonostante le origini “straniere”. Ho assaggiato tutta la gamma, per cui posso darti un giudizio globale sulla produzione.

Maso Thaler al Vinitaly 2019

Eccoli i vini di Maso Thaler bevuti al Vinitaly 2019

Parto dal Manzoni Bianco 2018 che è espressivo al naso con quella densità profumata che lascia una buona traccia di sè, parlando di fiori e frutti gialli oltre ad un bel corredo di erbe aromatiche. Non si sposta di un centimetro dalla sua fiera precisione olfattiva, dimostrando carattere ma anche compiutezza. Al palato è teso, sapido e con ingresso agrumato e citrino. È ancora molto giovane e si sposta su note di irruenza acida che si placherà fra qualche tempo, ma già ora è persistente e di buon livello complessivo.

Arrivo allo Chardonnay 2018 in cui un 20% della massa totale affina in barrique, oltre alla breve macerazione prima della fermentazione alcolica. È uno Chardonnay di montagna che punta sulla delicatezza al naso, portando impatto floreale ed una buona timbrica fruttata ma senza l’invadenza burrosa di alcuni Chardonnay banali e scontati. Ha un olfatto intrigante, fine e compatto che unisce bene tutti i profumi. Al palato entra con buona sapidità che incontra un’acidità citrina e piena di gusto, pur meno densa che in altri vini simili. È un vino beverino, fine e di piacevolezza spiccata.

Continua il filone degli uvaggi internazionali e trovo un bel Sauvignon 2018, frutto di un bilanciamento al naso che mi fa apprezzare la decisa sferzata delle erbe aromatiche, con maggiorana e rosmarino in primis, insieme a quella polpa di frutti esotici che riempiono le narici senza impetuosità. In bocca è beverino anche se giustamente tagliente in acidità e piglio erbaceo, ma senza esagerare nei toni. Resta su contorni eleganti, permettendo di essere apprezzato anche dai non amanti del Sauvignon.

L’ultimo bianco e poi passo al Pinot Nero

Al Vinitaly 2019 Maso Thaler ha portato anche la novità, il Gewürztraminer 2018, alla prima annata prodotta. Non rientra tra le mi scelte preferite ma già prima hai letto ( parlando di quello di Köfererhof ) che lo stile del passato sta cambiando. Anche Maso Thaler punta su un Gewürztraminer più godibile: già al naso capisci l’uvaggio ma senti anche discrezione e minore potenza olfattiva di altri. Ci ritrovo lo speziato dolce, i frutti tropicali e la mineralità tipica della zona, ma non quella complessa bomba olfattiva a cui ero abituato. In bocca non c’è il calore eccessivo dell’alcol, ma una buona pienezza fruttata, sostenuta da una spalla acida che invoglia alla beva. Non lascia tracce oleose al palato e si muove agile.

Però finisco con un rosso e mi dedico al Pinot Nero 2015 che arriva in bottiglia dopo un anno di affinamento in barrique e quasi due anni in bottiglia. Mi piace la sua trama elegante, fatta di profumi precisi, corretti e puliti. Sento una vena speziata che anticipa la consistenza dei frutti rossi e del floreale secco, oltre a tabacco biondo e sfumature di noce moscata. Quando lo assaggio sento la carnosità, unita al tannino presente ma bilanciato con l’acidità e la freschezza che portano il sorso ad essere piacevole. Il suo potenziale di affinamento sarà interessante: vedremo in futuro!

Contatti: Maso Thaler, Montagna (BZ) | www.masothaler.it

 

Il mio Vinitaly 2019 è stata una corsa a ostacoli! Rimbalzo da uno stand all’altro spesso con orari che quasi si accavallano!

 

Ho voglia di bollicine e trovo due strade: Oltrepò Pavese e Franciacorta

Magari qualcuno potrà obiettare sul fatto di mettere, uno di di fianco all’altro, i nomi di due consorzi “nemici”: spero che nessuno si risenta della cosa e capisca la sintonia d’intenti che pervade il mio scopo. In Italia siamo bravi a creare divisioni e campanilismi, oppure guerre più o meno fratricide fra zone vinicole similari: intanto la Francia continua da secoli, compatta ed unita, a parlare di Champagne mentre noi italiani sventoliamo e sbandieriamo la convinzione che qualche nostro prodotto possa essere paragonabile. Per qualità ci può stare, ma per marketing e capacità di far risuonare il proprio nome nelle bocche di mezzo mondo, i francesi sono ancora maestri. Perfino i nostrani markettari delle bollicine metodo classico, i bresciani della Franciacorta, hanno ancora molto da imparare!

Magari ora ti chiederai quale preferisco tra Oltrepò Pavese e Franciacorta. In realtà nessuno dei due a priori, perché cerco sempre di mettere prima le qualità del singolo prodotto, piuttosto che il marchio o la provenienza. Se poi devo essere sincero, i “ragazzi” dell’Oltrepò Pavese negli ultimi anni non si sono saputi vendere abbastanza bene, pur avendo una zona vinicola di grande qualità e lunga tradizione, al contrario dei bravissimi franciacortini. Ora però ti parlo di una storica azienda dell’Oltrepò Pavese che mi ha colpito con una bollicina davvero fatta bene!

 

Tenuta Mazzolino: quando Italia e Francia si incontrano

Allo stand dell’azienda trovo Stefano, responsabile aziendale e da anni parte fondamentale della squadra di Tenuta Mazzolino. Nata nel 1980 su intuizione dell’imprenditore Enrico Braggiotti, come punto di aggregazione per la grande famiglia sparsa tra Italia e Francia, oggi la tenuta è una delle più solide ed affermate cantine della zona. Da sempre l’idea era quella di valorizzare al massimo il grande territorio a disposizione, facendo del Pinot Nero ( molto diffuso in Oltrepò Pavese ) il fulcro della produzione aziendale.

In questo articolo però ti parlerò solo della produzione di metodo classico di Tenuta Mazzolino, lasciando per un’altra occasione le note di degustazione della verticale di Pinot Nero Noir dal 2018 al 2003.

Tenuta Mazzolino al Vinitaly 2019

Cruasè 2012 | 100% Pinot Nero

Non esisteva un termine simile prima della geniale invenzione del Consorzio dell’Oltrepò: Cruasè non è altro che la contrazione del termine CRU con quello ROSÈ. Il metodo classico di Tenuta Mazzolino che ho degustato al Vinitaly 2019 ha compiuto circa 60 mesi di sosta sui lieviti. Si percepisce subito al naso l’evoluzione che lo rende ampio e grande, complesso e di buon impatto olfattivo. Non molla in finezza, perché ogni profumo è portato con eleganza e buona tipicità: mi piace la confettura di mirtilli e lamponi che spinge verso le narici, come il leggero ricordo burroso, le arachidi tostate e quella briosche ai frutti di bosco che solitamente ti rapisce al banco pasticceria.

Al palato mi colpisce ancor di più con una bollicina cremosa e rotonda che si muove all’interno di una mousse ovattata che tocca ogni angolo del palato. Resta anche ben integrata con il liquido, rendendo così ancora più pregevole la bevuta. È uno spumante che punta sul dualismo tra sapidità e freschezza, sempre pronte a sorprendere anche per la lunghezza della persistenza al palato. È sempre fine e non perde mai eleganza in ogni movimento, portando la polposità fruttata a contatto con la sempre presente mineralità. E poi che bevibilità!

Contatti: Tenuta Mazzolino, Corvino San Quirico (PV) | www.tenuta-mazzolino.com

 

Non perderti il prossimo articolo dove riparlerò di Tenuta Mazzolino, con la mini-verticale di Pinot Nero. Va bene?

 

E ora in Franciacorta da Mirabella per delle novità fresche fresche per il Vinitaly 2019

 

Già conoscevo l’azienda di Rodengo Saiano, avendone bevuto qualche bottiglia negli anni ed apprezzandone la personale tipicità e la costante qualità nel calice. Al Vinitaly 2019 invece ho avuto la possibilità di provare tre nuovi cavalli di battaglia dell’azienda, presentati per l’occasione e quindi debuttanti sul palcoscenico mediatico veronese.

Prima di parlartene vorrei farti un breve e conciso accenno su Mirabella, nata nel 1979 ed oggi fresca quarantenne, pronta a celebrare il proprio anniversario con una serie di bollicine fuori dal comune. Da tempo Mirabella è impegnata verso un percorso di ricerca della qualità che non si applichi solo in cantina, ma anche e soprattutto a tutte le pratiche di vigna e di rispetto ambientale che oggi diventano sempre più fondamentali.

Cassetta legno per i 40 anni di Mirabella al Vinitaly 2019

Mirabella però è anche una cantina che non ha paura delle scelte controcorrente, come quella di puntare alla tutela e valorizzazione del Pinot Bianco, uva da sempre presente in Franciacorta ma da qualche anno abbandonata per la sua manifesta delicatezza e perché poco redditizia dal punto di vista produttivo. Il Pinot Bianco però è anche un’uva che dona freschezza ( di cui c’è un grande bisogno in Franciacorta, visto il sempre crescente fenomeno dell’aumento delle temperature medie ) oltre ad eleganza e finezza. Io non lo disprezzo, anzi, per cui sono felice di poterlo assaporare addiritura in purezza. I prodotti scelti per la celebrazione del quarantennale di Mirabella sono tre, ognuno monovitigno: Pinot Bianco, Pinot Nero e Chardonnay. C’è solo un’unica differenza fra i tre: il Pinot Bianco in purezza non può essere considerato un Franciacorta Docg, visto che nella zona non è permesso vinificarlo in purezza.

Pinot Bianco 2015

La delicatezza al naso mi incanta grazie alla sua impronta floreale e finemente speziata. Risento i ricordi del tostato e della sosta sui lieviti ma sono più fini e “magri” rispetto a quanto si percepisce solitamente in alcuni prodotti della Franciacorta. Al naso quindi è lineare, pulito e gentile, anche grazie a quella croccantezza dei frutti bianchi che inasprisce la densità della crosta di pane tostata.

Al palato è agrumato e citrino come piace a me! Io adoro gli spumanti metodo classico che entrano al palato taglienti e con buona spalla acida e trovo in questo Pinot Bianco un buon esempio. È teso, nervoso ma al tempo stesso mai fuori posto nel contesto di una fine eleganza che denota leggerezza e spumosità nelle bollicine. Mi lascia il palato setoso e ben sapido nel finale, chiudendo dopo vari secondi di persistenza di gusto.

Chardonnay 2015

Spesso mi è capitato di bere Chardonnay italiani fatti in metodo classico e di sorprendermi per la loro banale bevuta fatta di burro fuso, tanta banana e gusto quasi plasticoso. Non vorrei ripetermi su quanto già detto del precedente Pinot Bianco, ma anche questo Chardonnay 2015 di Mirabella ha un carattere davvero elegante. Non è mai scontato e me ne accorgo subito per la bella armonia di profumi che sento al naso: pesca gialla, mandarino, nocciola tostata, crema al limone, pepe bianco, stecca di vaniglia e fiori bianchi spiccati. Tutto è unito e plasmato per lasciare un bel ricordo.

Anche in bocca rientra nel filone di tensione acida e citrina del Pinot Bianco, ma aumenta il corpo e la sostanza al palato. È sempre lineare, diretto e verticale nella bevuta, in cui gioca un ruolo di rilievo il perlage, cremoso e sempre ben unito al liquido. Avvolge la bocca con il suo gusto, con quella carica citrina che lascia lunga persistenza e fini ricordi sapidi. Gioca sull’eleganza di bevuta, non è mai “seduto” su eccessiva grassezza, ma anzi godibile e beverino.

Le nuove uscite di Mirabella al Vinitaly 2019

Pinot Nero 2015

Sono di parte! Almeno lo ammetto e non te lo nascondo. Il Pinot Nero è il mio preferito quando si parla di metodo classico, per cui non posso farci nulla se mi lascio maggiormente andare nel coinvolgimento del racconto. Obiettivamente c’è davvero un salto in complessità importante tra questo Pinot Nero 2015 e gli altri due!

Al naso mi colpisce subito la sua ampiezza che racconta di frutta a polpa gialla, ricordi di zenzero, fiori gialli, croissant con confettura di agrumi, pepe rosa e caramello. Ogni profumo però è nitido e preciso, inserito in contorni minerali che poche volte sento così spinti in un Franciacorta. Al palato ha la il perlage più cremoso e compatto dei tre: con ciò non significa che negli altri non mi fosse piaciuto, ma qua è ancora più signorile!

Questo Pinot Nero ha una struttura maggiore: lo senti perché la sua pienezza polposa prende possesso del palato, pur continuando nel solco della bevibilità. È una bevuta più importante nel corpo, più decisa ma non per questo meno fine delle altre. Chiude con una bella intensità agrumata, sapidità lunga e con la bocca che resta abbracciata da vari secondi di persistenza.

Contatti: Mirabella, Rodengo Saiano (BS) | www.mirabellafranciacorta.it

 

Dopo tutti questi assaggi avevo bisogno di rigenerarmi: ho trovato conforto con un bel tagliere di salumi e formaggi oltre ad una bolla ben fatta!

 

Cantina Valtidone: quando una cooperativa lavora con qualità

Inizio con il dirti che non vedrai la foto dei salumi, formaggi e appetizer mangiati allo stand di Cantina Valtidone: sono un tipo a tratti “rustico” e quando mangio e ho fame, mi dimentico della mia anima social. Quel giorno ero affamato e voglia di far foto ce n’era poca! In più ero insieme all’amica Chiara Bassi di Perlage Suite, della quale tutto si può dire tranne che non sia una fervida chiaccherona! In pratica ogni volta che ci vediamo mi “rimbambisce” di chiacchere.

Però ho fotografato e scritto le note di una bolla metodo classico che ha attirato la mia attenzione. Sinceramente non me lo aspettavo, perché nella mia mente l’equazione cantina cooperativa e vino assieme davano come risultato bassa qualità. In molti casi è così, oppure si tratta di vini adatti ad un pubblico sicuramente meno attento a sfumature e piccolezze. Tutto ciò fa parte del loro ruolo, visto che c’è una buona fetta di consumatori che cerca un vino quotidiano che bilanci prezzo e qualità. Ma anche gli scettici come me, a volte si ricredono.

Cantina Valtidone Perlage al Vinitaly 2019

 

Avevo già parlato di questo metodo classico anche in una mia storia su Instagram. Mi stai seguendo su Instagram? Clicca qua e recupera allora!

 

Perlage Brut | 60 mesi sui lieviti

Il vino di cui ti parlo è il Perlage Brut, metodo classico composto per l’80% da Chardonnay e 20% da Pinot Nero affinati per 60 mesi sui lieviti. La magnum aperta per l’occasione è stata sboccata a Gennaio 2018, per cui era il momento ideale per gustarsela al meglio. Avvicino il calice al naso e sento una buona armonia di profumi dove la scorza di agrumi essiccati come albicocca e pompelmo si uniscono alla croccantezza della crosta di pane. Più tardi affiorano i sentori di frutta secca, fiori gialli e chiude nel finale con zenzero e lieve traccia burrosa. I profumi sono piacevoli e mai fuori luogo, per cui mi aspetto una degustazione altrettanta degna.

Anche all’assaggio mantiene una compostezza che lo rende godibile e apprezzabile, visto che il perlage è cremoso, oltreché abbastanza avvolgente e morbido al palato. Se cerchi un difetto non lo troverai, perché ci sono anche sapidità discreta e buona acidità generale a sostegno del gusto. Anzi il palato è quasi sferzato dalla freschezza citrina che arriva dopo qualche secondo e lascia la bocca pulita, con tracce sapide e di interessante persistenza. Che dire, averne di cantine cooperative che fanno vini così!

Contatti: Cantina Valditone, Borgonovo V.T. (PC) | www.cantinavaltidone.it

 

Ringrazio davvero la cantina Valtidone e l’amico Antonio per avermi “sfamato” anche il giorno successivo con un due piatti di ottime tagliatelle! Ragazzi miei ma se l’Emilia- Romagna è rinomata per la calorosa ospitalità, che ci posso fare?

 

Sto in Emilia e trovo una grande azienda: Monte delle Vigne

 

Ammetto con semplice onestà che questa azienda non era nell’elenco delle visite programmate. Non la conoscevo e non me ne vergogno a dirlo. Sono arrivato allo stand su segnalazione dell’amica Enza Bergantino che mi ha “caldamente consigliato” di conoscere da vicino la produzione di Monte delle Vigne. Siccome mi fido del suo giudizio, ho ben cambiato la scaletta degli impegni e sono andato accompagnato dalla imperterrita chiaccherona Chiara Bassi! Si, hai capito bene: ancora lei, la lady bollicine!

Il proprietario nonchè enologo dell’azienda è Andrea Ferrari, che ci accoglie al suo stand pronto per raccontare la storia della sua azienda. Inizia dal 1983 e con l’acquisto dei primi 5 ettari, per arrivare ai giorni nostri dove, tra vigneti e boschi, l’azienda possiede circa 60 ettari totali. Non ci annoia con teorie mistiche e metafisiche riguardanti la naturalità del vino, ma parla di rispetto del territorio e sostenibilità in modo semplice e concreto. Diciamo come bisognerebbe fare sempre, senza farsi prendere la mano da fantasiose teorie da enofighetti che sono tanto di moda ai tempi nostri!

I vini di Monte delle Vigne al Vinitaly 2019

Ho assaggiato tre vini di Andrea: il Nabucco 2013, un rosso di struttura e figlio dell’assemblaggio di Barbera e Merlot, I Salici 2017 che è l’interpretazione aziendale del Lambrusco Maestri ed infine il Sogno 2015, per il quale ho giurato ad Andrea di non rivelare per nessun motivo l’uvaggio contenuto. Comunque parlo di un vino bianco da sogno!

Nabucco 2013 | 70% Barbera e 30% Merlot

Mi piace il dualismo che crea già al naso tra il vigore della polpa fruttata del Merlot con la vena acidula e fresca portata dalla Barbera. L’olfatto è pieno, profondo e vira anche su note leggermente speziate e piccanti, prima di concludere con ricordi minimamente cioccolatosi, profumo di mentuccia e dei vapori di un bel infuso di thè nero. In sostanza non è mai banale e scontato, anzi.

In bocca è un vino carnoso, ma anche fresco grazie all’acidità della Barbera che fa da padrone. Attento però a non sottovalutare il tannino: sa di non essere il protagonista, ma neppure va sottovalutato visto che dà un buon bilanciamento in astringenza. È un vino equilibrato e piacevole nella bevuta dove la traccia golosa e piena del frutto non è mai così troppo grossolana da impedire un’ottima bevibilità!

I Salici 2017 | 100% Lambrusco Maestri

Mi sto avvicinando da circa un paio d’anni ai Lambrusco e questo di Monte delle Vigne mi ha subito rapito! È tipicamente emiliano e gioviale nel modo in cui si presenta al naso, ma non pensare a quel Lambrusco banale e da quattro soldi a cui, purtroppo, il consumatore è stato abituato dalla grande distribuzione. L’intensità dei profumi c’è e non puoi non notarla per il modo in cui ti arrivano i ricordi di mora, lampone e della macchia di sottobosco.

In bocca entra fruttato, spumoso ma anche tagliente in acidità, pur non dimenticando di lasciare un minimo ricordo tannico al palato. È golosissimo, mi piace e lo berrei ancora e ancora, tanto è piacevole! La bocca mi resta pulita e secca: insomma provalo!

Il Sogno 2015 | 100% ???

Ti ho già detto in precedenza che non posso dirti di che uva stiamo parlando: Andrea mi ha chiesto di non farlo, per cui manterrò la mia promessa. Posso solo dirti che questo vino mi ha fatto impazzire! Parto dal fondo e ti dico che è un vino davvero unico e di cui difficilmente ti dimentichi dopo averlo bevuto. Inizia con profumi iodati, di erbe officinali, pietra focaia ed una punta quasi sulfurea: dopo arrivano gli agrumi essiccati, il fieno caldo e tutta quell’eleganza e finezza che lo caratterizzano dal primo momento che lo versi nel calice.

Mamma mia che acidità al palato! Ma come è possibile che sia ancora così sferzante e citrino nel porsi, facendo notare tutta la carica agrumata del pompelmo rosa. C’è anche tanta sapidità ed una persistenza che sa di non potersi scrollare di dosso la lunga vena acida. È un vino che lascia ricordi minerali spiccati, che porta ad alti livelli la bevibilità e sa essere esplosivo, pieno e di gran carattere. Che vino ragazzi!

Contatti: Monte delle Vigne, Collecchio (PR) | www.montedellevigne.it

 

Un passaggio nelle Marche per il cru di Borgo Paglianetto

In realtà il titolo è fuorviante, visto che la mia permanenza allo stand Marche è stata ben più lunga. Dopo la visita alla giovane cantina di Matelica ho partecipato ad una orizzontale di Bianchello del Metauro, su invito dell’Associazione Bianchello d’Autore. Ora non te ne parlerò, visto che vorrei dedicargli una buona parte in un articolo successivo, ma giusto per metterti un pò di curiosità ti accenno che il Bianchello del Metauro è l’unico vino italiano ad aver sconfitto un esercito…

Ma ora ho detto anche troppo e passo al racconto del grande vino bevuto allo stand di Borgo Paglianetto!

Conosco già da tempo i vini di questa piccola cantina dell’entroterra marchigiano che produce vini di grande carattere e tipicità nella zona di Matelica, l’alter ego del Verdicchio rispetto ai Castelli di Jesi. Borgo Paglianetto è una realtà giovane, che ha circa dieci anni di vita, ma che si è già fatta conoscere per una gamma che guarda a qualità, finezza e corrispondenza con il territorio di origine. Da anni avevo voglia di degustare il loro Jera, l’unico Verdicchio di Matelica Riserva prodotto. Non è facile “averlo tra le mani” visto che non viene prodotto in tutte le annate e compie affinamenti lunghi in acciaio e bottiglia. Fai conto che io ho bevuto l’annata 2015 che ancora non è uscita sul mercato, ma solamente presentata in anteprima durante il recente Vinitaly 2019.

Verdicchio di Matelica Jera 2015 di Borgo Paglianetto al Vinitaly 2019

Appena versato nel calice mi ha colpito la sua complessità olfattiva e la pienezza dei profumi. Sono talmente nitidi e precisi i profumi di frutti gialli maturi, mandorla tostata, erbe aromatiche ed infuso di thè verde che prendono possesso del naso che quasi non te ne accorgi, ma al tempo stesso ti gongoli con la consapevolezza di essere stato magicamente rapito. È così elegante e fine al naso che ti chiedi dove fossi stato prima di averlo bevuto: se poi fai caso a quel bel ricordo di menta nel finale, questo vino ti rapisce ancor di più!

Finora il gioco è stato facile, ma lo aspetto al varco dell’assaggio per capire se manterrà le promesse di eccellenza dimostrate al naso. E mi sorprende subito per la tensione acida e citrina, non così scontata in un vino del 2015. Al tempo stesso il gusto è polposo, vivo e largo nel cogliere di sorpresa ogni angolo del palato, ma anche lineare, diretto e sapido nella sua vena minerale. Non ha un minimo di cedimento alla voce freschezza, così impattante e ben fervida nel lasciare il segno in bocca. È un vino ancora teso, davvero beverino e persistente per tanti secondi di lunga piacevolezza.

Contatti: Borgo Paglianetto, Matelica (MC) | www.borgopaglianetto.com

 

Lascio il Nord e vado in Campania: ti parlerò di aziende molto particolari!

La prima di cui voglio parlarti è Crypta Castagnara con la quale arrivo in Irpinia, terra di lunga tradizione vinicola ed adatta a creare vini di notevole qualità. In Irpinia si trovano interpretazioni che meritano di essere annoverate tra le più importanti del nostro paese. Vuoi degli esempi? Pensa al Taurasi che può tranquillamente sedersi al tavolo dei Sangiovese e Nebbiolo di razza. Oppure al Greco di Tufo o al Fiano di Avellino che hanno la stoffa per insegnare a tutto il mondo come dovrebbero essere dei vini bianchi di gran livello.

Crypta Castagnara al Vinitaly 2019

Passo prima dai bianchi 

Inizio l’assaggio del Fiano 2017 che sa come impressionare al naso per complessità, equilibrio e buona spinta olfattiva. Magari non è finissimo, ma sempre ben presente soprattutto per la vena minerale. In bocca entra quasi sulfureo per poi continuare con quel tratto agrumato che eleva salivazione e freschezza. Ritorna il tocco minerale e lascia il palato pulito e persistente.

Mi lascia maggiore finezza al naso il Greco di Tufo 2017, più compatto nei profumi e ben espressivo per la tipologia. Torna la mineralità, aggiunge un bel agrumato che va a finire in ricordi di fiori bianchi, con chiusura che parla di mandorla ed erbe aromatiche. Al palato è nervoso, tanta è la forza citrina che arriva in modo spiccato ma, poco dopo, lascia spazio alla sapidità ed alla croccantezza fruttata. È ampio nel gusto, valido in persistenza e di buona finezza.

È il momento del Barolo del Sud: ecco il Taurasi 2013

Già il titolo è esplicativo ed è ciò che penso su questa tipologia di vino. Apprezzo da tempo il Taurasi che, purtroppo, ha meno fortuna commerciale della sua vera qualità. TI consiglio di cercare Taurasi ben fatti, perché potranno darti molte soddisfazioni, anche a prezzi più bassi degli omologhi toscani e piemontesi! E giusto per dovere di cronaca, Taurasi è il nome del vino, mentre l’uva che lo crea è l’Aglianico.

Il Taurasi 2013 di Crypta Castagnara è un vino godibile anche al naso, meno evoluto di altri e dove il frutto dimostra maturazione avanzata, ma non surmaturazione. Sento spezie leggermente piccanti, tabacco scuro e quel leggero eucalipto che porta il naso verso eleganza e finezza. Al palato è agile, forse con un tono alcolico un pò sopra le righe ma per fortuna ci pensa una buona acidità a bilanciare. Ovviamente ha una forza tannica notevole, dimostrando tutta la sua gioventù. Mi piace per come si muove complesso al palato e sono certo che potrà durare a lungo, dando ulteriori soddisfazioni in futuro.

Contatti: Crypta Castagnara, Grottolella (AV) | www.cryptacastagnara.it

 

Terre d’Aione e la lunga tradizione vinicola di famiglia

Quella di Terre d’Aione è una storia di lunga tradizione vinicola, frutto dello sforzo e della passione portati avanti da sei generazioni. Oggi è il momento di Angelo Carpenito, aiutato dalla moglie Lia e dal cognato Raffaele, che dal 2006 ha deciso di trasformare radicalmente la propria azienda. Prima la famiglia Carpenito era solita produrre uve da conferire alle grandi realtà della zona, ma la lungimiranza di Angelo ha voluto mettere fine alla tradizione, per seguire il sogno del padre Pellegrino di costruire un’azienda propria.

Oggi il padre di Angelo non è più tra noi, ma sono certo che sarebbe fiero di quanto fatto dal figlio. La sua determinazione e la voglia di esaudire i desideri del padre gliel’ho letta negli occhi, durante la nostra chiaccherata al Vinitaly 2019!

La zona è sempre l’Irpinia, precisamente in località Tufo, che dà i natali a quel grande vino che tutti noi conosciamo: il Greco. La zona è rinomata per i terreni intrisi di zolfo, per la posizione collinare e la lunga tradizione vinicola, già presente nel I secolo d.c., come scritto da Plinio il Vecchio. Se poi ti stai chiedendo da dove derivi il nome Terre d’Aione, allora bisogna andare un pò indietro nel tempo e tornare a quando Pellegrino raccontava al figlio Angelo le storie di un antico principe Longobardo, di nome Aione II, che difendeva la zona di Tufo dagli attacchi di barbari e aggressori. Ora ti parlo di vini, ma un accenno alla storia famigliare mi sembrava più che doveroso!

Terre d'Aione al Vinitaly 2019

Fiano di Avellino 2018

È ancora un pò chiuso al naso, ma dimostra già ora il suo carattere. La struttura olfattiva è buona, anche se deve finire il percorso di ricerca della finezza. Sento agrumi spiccati, delicati accenni floreali, leggera spolverata di pepe bianco e poi lunga vena minerale. Al palato è più pronto che al naso, entrando con un buon tenore alcolico e strutturato. Ha una carica di gusto degna di nota, riporta alla mente agrumi freschi e ben citrini. La sapidità è regina della degustazione, senza togliere spazio all’acidità e lasciando una beva golosa ed invitante per vari secondi.

Greco di Tufo 2018

Sembra più pronto e più a suo agio del Fiano, almeno allo stato attuale. Si sposta su tonalità più vegetali ed erbacee che spingono in modo delicato. Non toglie spazio all’evidenza del pompelmo e della susina bianca, ha briosità speziata e si calma adagiandosi su dolci note di camomilla. È più fine al naso rispetto al Fiano e dimostra quel tratto sulfureo che fa territorio e corrispondenza con la propria anima. Quando lo assaggio mi prende spazio in tutto il palato, mettendo in luce equilibrio tra sapidità e freschezza. Non trova spazio invece la morbidezza, mentre mi colpisce per una finezza difficile da trovare in vini così giovani. Ha ancora da evolvere, ma già ora è un bel vino!

Taurasi 2013

Se cerchi un vino signorile ed elegante, allora questo fa per te. Non c’è un profumo che sia fuori luogo e che vada oltre l’equilibrio della finezza olfattiva dimostrando che la stoffa per fare grandi cose c’è tutta! Erbaceo secco, tabacco finemente fumè, amarognolo della polvere di caffè, frutti neri maturi e non cotti, poi pepe nero e inizio di elegante balsamico. Insomma c’è tutto per impressionarti e per godere di questa sua eleganza, visto che anche l’alcol non raggiunge mai vette di pungenza eccessiva.

Anche in bocca è altrettanto valido e coerente: insomma me lo auguravo ed ho avuto conferma delle aspettative. Ovvio che il tannino è ancora stringente (ci mancherebbe altro in un Taurasi del 2013 ), ma non per questo fuori scala rispetto alle altre sensazioni. Mi sorprende come si fa notare la vena citrina, carica di polpa fruttata di ritorno che arriva a coprire tutte le parti del palato. Mi dà anche ricordi ematici, minerali a non finire e lascia la bocca carnosa, salivante e fresca nonostante la sua importante forza tannica. Hai già capito che mi è piaciuto, anche tanto, e per questo non stenterai a credere che sarà ancora meglio tra qualche anno!

Contatti: Terre d’Aione, Tufo (AV) | www.terredaione.it

 

Dall’Irpinia finisco in provincia di Caserta dove non si parla la lingua comune di Greco, Fiano o Aglianico. Sei curiosa/o?

 

Conosco un’azienda e vitigni mai visti prima: queste le bellezze del mio Vinitaly 2019!

 

La storia di Sclavia è quella di un’altra famiglia che ha deciso di intervenire in prima persona, dopo aver piantato i vigneti nel 2003 ed aver, per qualche anno, venduto le uve a terzi. Credo che anche tu sia curioso, come lo sono stato io, di capire da dove viene il nome SCLAVIA. Me lo dice Lucia, una dei due soci dell’azienda, facendo riferimento al nome romano della zona sulla quale sorgeva un’antica colonia di schiavi. A volte noi italiani ci dimentichiamo che storia abbiamo alle spalle e quanto siamo antichi come tradizione e cultura…vabbè, ma questo è un altro discorso!

Tornando a Sclavia, cosa è utile sapere? Intanto che possiede 13 ettari, tutti in unico corpo, intorno alla sede aziendale ma, la cosa più importante, riguarda la produzione dei vini. Come ho detto nel titolo non siamo in Irpina ma a Liberi, piccola località dell’entroterra casertano, quindi “fuori dai giochi” dei soliti vitigni campani.

Infatti qua si parla la lingua del Casavecchia e del Pallagrello, autoctoni per la zona liberese, il primo a bacca rossa ed il secondo ( nel caso di Sclavia ) a bacca bianca: dico così perché il Pallagrello lo puoi trovare anche a bacca rossa. E ora ammetto, senza nessun tipo di vergogna e pudore, che non avevo mai bevuto prima vini da vitigni simili: che c’è di male? Nulla secondo me, visto che il mondo del vino è così ampio e bello che non si finirà mai di crescere e di imparare. La parola d’ordine, qualora ti interessi capirne di più, è una sola: umiltà! E con quella ti assicuro che arriverai lontano.

Sclavia al Vinitaly 2019

Parto dai vini da Pallagrello Bianco: ecco il Calù 2018 e il Don Ferdinando 2015

Mi affido ciecamente alle parole di Lucia per capire cosa ho di fronte, cioè per comprendere l’anima del vitigno Pallagrello. Mi dice che può avere bassa acidità, ma che da loro riesce a trovarla grazie all’altitudine ed allo scambio termico tra giorno e notte. L’acidità per un vino bianco è vita ed essenza stessa, per cui capisci quanto sia importante trovarla!

Mi approccio al Calù 2018 con grande curiosità e scopro un’intensità olfattiva che mi lascia sorpreso, in cui i profumi di pompelmo, erbe aromatiche, erbe di campo e pepe bianco sono nitidi e ben espressivi. Non è grezzo al naso, nonostante una buona potenza, bensì resta dentro i ranghi della piacevolezza a tutto tondo. In bocca è acido, altroché! È dilagante, ampio e lungo nella sua scia salivante, mentre mi lascia ricordi di frutta polposa e buona traccia sapida. Mi piace anche la bevibilità, davvero facile. Attenti a questo vino, va giù troppo bene!

Sul Don Ferdinando 2015 ci spenderò qualche parola in più

Poi arrivo al Don Ferdinando 2015 che amplia le mie vedute riguardo al Pallagrello ed alle potenzialità di affinamento. Se ti chiedi da dove venga il nome, allora devi tornare indietro nel tempo fino ai tempi di Ferdinando IV di Borbone, che a fine Ottocento lo fece impiantare all’interno di alcuni suoi vigneti.

Qua si evolve la situazione ed anche di molto! Non puoi non accorgetene quando avvicini il calice al naso e senti la sua grande capacità di tenuta al tempo, nonostante sia già un vino evoluto. I profumi fruttati ricordano quasi il candito, ma senza essere stucchevoli in dolcezza. Ritrovo leggeri ricordi del miele, infuso di camomilla e the, mandorla tostata e chiude con buona finezza generale. La stessa che mantiene anche al palato, dove è profondo e denso nel gusto, nonostante non si pieghi alla banalità. Non è un vino seduto in acidità, anzi porta in dote ancora una freschezza invidiabile anche da vini più giovani. Avvolge la bocca con la sua pienezza, come i vini di struttura sanno fare, ma non indugia al punto da perdere l’eleganza di bevuta. Mettiamola così: per me può essere sia un vino da pasto, ma anche da meditazione.

Ora si passa ai vini da uva Casavecchia: via con i rossi

Non te la prendere se non parlerò di tutti i vini che vedi in foto: non è perché qualcuno non mi sia piaciuto ma devo selezionare gli assaggi per non creare un articolo ancor più di lungo di quanto già verrà. Mi perdoni?

Prima di parlarti dei vini, però, faccio un accenno al vitigno Casavecchia che si narra sia discendente del vitigno usato per il vino Trebulanum bevuto dai soldati romani. Si dice anche che, dopo la sua estenzione, un contandino ritrovò un grosso ceppo nei pressi di un vecchio rudere e da lì venne coniato il nome.

Intanto ti racconto del Montecardillo 2015, da uve in purezza e che mi ha colpito per la sua espressione olfattiva. I frutti ben maturi mantengono una buona trama polposa, unendosi al floreale secco ed al ricordo dolciastro dell’affinamento in legno. In bocca è cremoso, pur avendo un tannino denso e presente, ma al tempo stesso non manca la parte di acidità a bilanciare la morbidezza del sorso.

Arrivo al Liberi 2014 e trovo un salto in complessità e densità olfattiva che si fa notare. Al naso è un vino corposo, ma non per questo eccessivo. Non perde la finezza neppure quando mostra la sua carica fruttata e matura che arriva diretta al naso. C’è una varietà evolutiva che sfuma in cacao, tabacco e velatura balsamica piacevole. In bocca è ancora un vino fresco e teso in acidità, pur avendo un tannino deciso e di buona astringenza. La struttura e l’importanza nella beva ci sono, per cui sarei curioso di capire le sue potenzialità evolutive.

Contatti: Sclavia, Liberi (CE) | www.sclavia.com

 

Ringrazio Lucia e l’ospitalità di Sclavia che mi ha fatto conoscere un angolo d’Italia finora a me sconosciuto. Quanto sono felice di aver dato attenzione a piccole realtà che dedicano la loro vita al vino!

 

Resto in provincia di Caserta e scopro Regina Viarum

Questa visita non era in agenda, ma sapevo già prima di partire per il Vinitaly 2019 che i cambi di programma sarebbero stati all’ordine del giorno. E questi cambi di programma inattesi ed improvvisi sono anche i più sorprendenti. L’incontro con Amalia è avvenuto il giorno precedente fuori del Vinitaly, durante un aperitivo ad alto tasso di pazzia!

Mantengo la promessa spesa la sera precedente e vado al banco degustazione all’interno dello stand Coldiretti, appena fuori il padiglione dell’Emilia Romagna. Amalia inizia a raccontarmi la storia della famiglia, legata in modo indissolubile alla zona e come è nata l’idea dell’azienda vinicola. Il 1996 è l’anno dell’iscrizione dell’azienda al registro imprese, mentre nel 2003 arriva la prima annata imbottigliata come Falerno del Massico Primitivo Doc. Comunque la storia completa dell’azienda la puoi trovare nel loro sito internet: io passo a raccontarti le mie impressioni sui vini.

Prima però due parole sul Falerno, il vino dei Romani

Si narra che i Romani bevessero il vino “Falernum” perché lo consideravano tra i migliori del tempo. Siamo in provincia di Caserta, ai piedi del Monte Massico, in una zona in cui si produce vino da più di 2000 anni. Il Falernum era il vino rosso degli imperatori e dei Patrizi ( i nobili Romani ), ma con il tempo si persero le notizie e la tradizione della sua produzione. Bisogna aspettare il XIX secolo ma, soprattutto gli ultimi 40/50 anni, in cui alcuni viticoltori hanno deciso di riprendere la produzione di questo antico vino.

Oggi il Falerno del Massico Doc si può produrre con tre uve: Aglianico, Piedirosso e Primitivo. Quest’ultimo inoltre ha una propria Doc: Falerno del Massico Primitivo. E proprio di questa Doc fanno parte i vini di Regina Viarum. Non parlerò in modo specifico di tutti vini ( solito problema di lunghezza dell’articolo ), ma sappi che ognuno di questi mi è piaciuto!

I vini di Regina Viarum al Vinitaly 2019

Falerno del Massico Primitivo Doc Zero5 2016

Inizio da questa selezione biologica chiamata 05 come i comuni in cui è possibile produrre questa tipologia di vino. Segue un affinamento semplice, fatto da 18 mesi passati in acciaio e con una piccola parte del totale che affina in legno. Mi sorprende al naso perché non mi avvolge con la tipica invadenza alcolica del vitigno, bensì con un buon mix tra frutto e parte vegetale. Ha una base olfattiva fine e che non disegna di stare in linea con le caratteristiche tipiche del vitigno.

In bocca è un vino croccante, con buona acidità pur non dimenticando di far percepire una buona componente polposa. C’è salivazione, freschezza e bevibilità golosa che invoglia a prenderne un altro bicchiere! Ha un’acidità quasi agrumata, tanto è citrina e bella nel sostenere un tannino mai invadente, pur pronto a sostenere in abbinamento anche piatti di struttura.

Falerno del Massico Primitivo Doc Vigna del Barone 2015

Questa è la selezione dell’azienda, proveniente da vigne di 70/80 anni d’età e con affinamento superiore che prevede 24 mesi in botti di legno, 12 mesi in contenitori d’acciaio ed almeno 6 mesi in bottiglia. Sale il livello qualitativo del vino, ma non per colpa del precedente Falerno quanto per un merito di questo Vigna del Barone 2015. Me ne accorgo fin dal primo momento che la complessità olfattiva è superiore: tutto è spostato verso l’alto, compresi i lati evolutivi portati dall’affinamento in legno.

Quando lo assaggio capisco che sto bevendo un upgrade del vino precedente, un vino che sta sullo stesso solco ma percorrendolo con maggiore sicurezza di sè. Ritrovo la vena fresca e salivante, ma il tannino qua è più fitto, corposo e deciso. Mi piace la struttura e la persistenza al gusto che resta per vari secondi, così come è elegante la sua sapidità. Davvero un vino più materico e polposo, ma anche più signorile e fine nell’approccio al palato.

Infine è giusto fare un accenno anche al Carisma 2018, dove l’uva Primitivo incontra Barbera e Piedirosso, per un vino di buona croccantezza fruttata e freschezza floreale al naso, oltre ad una beva golosa, invitante ed immediata al palato. Un vino rosso estivo, mettiamola così! Lo stesso potrei dire della Falanghina 2018, in cui l’intensità fruttata di mela verde e pesca bianca al naso si intreccia con una salinità ed un’acidità spiccata al palato, creando un vino di carattere e con buona spinta agrumata nel finale.

Contatti: Regina Viarum, Falciano del Massico (CE) | www.reginaviarum.it

 

La prima parte del mio viaggio da Nord a Sud al Vinitaly 2019 finisce qua! Questo però è solo un primo articolo: tornerò nei prossimi giorni con un nuovo racconto delle degustazioni verticali e orizzontali fatte al Vinitaly 2019. Non lo perdere!

 

di MORRIS LAZZONI

VinoperPassione

Il vino è semplice da capire, basta avere passione

30 Aprile 2019. © Riproduzione riservata