LA SECONDA VOLTA SUPERA LA PRIMA

È andata in scena la seconda edizione di Vinoè, l’ormai annuale appuntamento della Fisar. Anche quest’anno è stata presentata la selezione di piccole/medie aziende vinicole ritenute interessanti e meritevoli.

La filosofia alla base di Vinoè vuole dare spazio e voce a coloro che, spesso e volentieri, fanno del vino la loro ragione di vita. A coloro che sono partiti da un sogno per creare il progetto dell’azienda vinicola. Non è sporadico incontrare piccoli produttori animati dalla passione che riescono a realizzare un bellissimo progetto imprenditoriale.

IL RITORNO DI VINOÈ

Inoltre la seconda edizione ha portato evidenti miglioramenti organizzativi che hanno fatto sentire gli ospiti più a loro agio nell’approccio con i viticoltori. Gli spazi sono più grandi rispetto alla prima edizione, come l’organizzazione dei vari impegni collaterali ( degustazioni, verticali, show cooking e conferenze ) meglio integrati con la restante manifestazione.

Detto ciò vi riporto alla prima edizione con questo articolo, in cui racconto la mia visita alla prima rassegna fiorentina. E rinnovo ancora i miei complimenti a Fisar e a tutti coloro che hanno contribuito all’organizzazione di Vinoè per l’impegno e la dedizione profusi.

In questa edizione ho avuto una spalla importante inSabrina Biagi, di Vivendo di Momenti,  che mi ha supportato a livello fotografico, cogliendo “gli attimi” fondamentali della giornata.

UN’AMPIA VISUALE SU TUTTA LA PENISOLA

Ho cercato di visitare aziende provenienti da diverse zone d’Italia nonostante, come spesso capita, non sia riuscito a visitare tutte quelle che avrei voluto. Forse la Toscana era presente un pò in massa rispetto alla altre regioni, ma i vini che ho assaggiato mi hanno soddisfatto, anche per la bella passione che ha caratterizzato tutti i produttori. Ovviamente quelli che non mi hanno colpito non rientreranno nell’articolo e non me ne vogliano i proprietari.

Questo è un grande punto che dovrebbe farci riflettere. Quando si parla di vino, eliminiamo Nord e Sud come facciamo in troppi settori del nostro paese. Guardiamo ad un’unica nazione che deve essere unita verso una ricerca ossessionata della qualità, rispettando le ovvie e dovute differenze di zona e vitigno.

Facciamolo anche quando ci rivolgiamo all’estero, cercando di vendere “il paese Italia”, come unico contenitore di numerose eccellenze vinicole ed agroalimentari che possano stupire per varietà e qualità. Non mandiamo avanti solo il campanilismo di chi protegge la propria zona, eleggendola a migliore sopra ogni ragionevole dubbio.

Il merito della varietà a Vinoè sta anche a chi ha scelto le aziende, cercando di far coesistere vitigni differenti, zone anche lontane fra loro e stili produttivi totalmente diversi. Ma il mondo del vino è così, deve riuscire ad unire e fare fronte unico di fronte all’ignoranza e alle produzioni industriali. Forza piccole aziende!

PARTO DALLA SICILIA, TENUTA BENEDETTA

Il primo approccio è con Tenuta Benedetta, una piccola azienda famigliare, i cui titolari Daniele e Laura hanno deciso di spostare il loro baricentro vitale dalla Toscana sui pendii dell’Etna, al punto da chiamare l’azienda con il nome della figlia.

I pendii dell’Etna ormai da molti anni offrono una qualità vinicola di grande pregio e Tenuta Benedetta cavalca l’onda, anche mediatica della zona, per proporre la propria filosofia produttiva. L’azienda è in parte in zona Castiglione di Sicilia, divisa tra la contrade di Feudo di Mezzo e Verzella, ed in parte nel comune di Milo.

TENUTA BENEDETTA A VINOÈ

Nella foto credo che noterete dei tappi diversi dal solito. Sono i nuovi ARDEA SEAL, tappi multi-componente di nuova concezione che permettono una giusta permeabilità all’ossigeno, totale assenza di componenti chimiche e garanzia di affidabilità. Sicuramente da valutare e tenere d’occhio per il futuro. Se ne volete sapere di più, eccovi il sito del produttore.

Credo che vorrete sapere come siano i vini, giusto? Mi hanno colpito per la la loro genuina spontaneità, nonostante Tenuta Benedetta sia un’azienda giovane e con piccolissima produzione ( da 8 a 10mila bottiglie ogni anno ). Sono rimasto totalmente incredulo alla notizia che l’azienda produca anche un vino da Sangiovese, non essendo abituato a trovare il re della tradizione toscana sui pendii del vulcano siciliano.

VINI DI CARATTERE E CON STILE

Molto interessanti entrambi gli ETNA BIANCO DOC VIGNA MARIAGRAZIA, sia nell’annata 2016 che in quella 2015. Provengono da due vigneti. Uno è situato a Verzella, impiantato dal 1910 al 1934 e posto a 650 m.s.l.m. da cui arriva il Catarratto, usato al 20%. Il restante 80% è di Carricante dal vigneto di Milo, impiantato nel 2011 e situato a circa 900 m.s.l.m.

Il 2016 è ancora fragrante, ben fruttato con mela golden e agrumi che spingono in modo deciso. Ha una leggera tonalità di pepe bianco a dare spinta aromatica, con sapidità e e freschezza che si posizionano a buon livello. Ha una valida persistenza e già ben si connota nonostante la gioventù.

Il 2015 invece si presenta già in veste più matura, ancora più carico nella spinta olfattiva con gli stessi frutti e pepe che tornano più convinti e decisi. È anche più caldo, con un agrumato più maturo ma che nonostante ciò procura interessante freschezza. Ha anche qualche nota che ricorda la frutta secca, assieme a un tono leggermente tostato. Il vino ha riposato al 50% del totale per sei mesi in tonneau, eccone il motivo. Gioca sull’equilibrio tra calore e freschezza per farsi bere bene e mantenere una precisa e duratura persistenza agrumata nel finale.

ETNA ROSSO DOC VIGNA LAURA 2015

TENUTA BENEDETTA VIGNA LAURA A VINOÈ

Altro vigneto e altri uvaggi per l’Etna Rosso Doc proveniente da Passopisciaro, gran nome quando si parla di viticoltura del vulcano.

L’assemblaggio è composto da 80% di Nerello Mascalese con il restante 20% del classico Nerello Cappuccio con passaggio di dodici mesi in tonneau ed altri sei mesi di riposo in bottiglia.

Una particolarità dei vini di Tenuta Benedetta è anche la particolare densità dei vigneti con 9000 ceppi/ha che rappresentano una frontiera di precise scelte enologiche alla base della produzione.

Il tono imperante è quello fruttato con mora e lampone seguiti da un tocco di viola. Spezie leggermente piccanti completano il quadro, appena dopo un fine tocco fumè che amplia la gamma dei profumi.

Continua con liquirizia e un piacevole accenno di cannella che completano il quadro olfattivo. Non è eccessivamente caldo al palato, ha un tannino spostato sul tono fruttato e ben integrato al resto. Ha una bella beva, con una lunghezza in bocca che lo rende valido in persistenza.

IL SANGIOVESE CHE NON TI ASPETTI, IL VIGNA BENEDETTA 2015

TENUTA BENEDETTA A VINOÈ

Non mi sarei aspettato di degustare un Sangiovese siciliano, soprattutto figlio di una coltivazione a 10.000 ceppi/ha difficile da trovare nella natia toscana. Hanno imparato anche a trattarlo come richiede, visto che compie 14 mesi in barriques e tonneau per poi finire 12 mesi in bottiglia.

Il colore è tipico, non mente sulle origini. Anche al naso mantiene i propri tratti tipici con ciliegia, lampone e viola, decisa e profumata. Ha anche il classico tratto ematico del Sangiovese che inizia a raccontare un pò di storia, ma non può nascondere un leggero tono sulfureo che parla della mineralità tipica del territorio.

Il tannino è a metà via tra levigatura e potenza con un giusto approccio fruttato che lo rende piacevole. È speziato, peposo e sempre sapido al punto giusto. Nel finale arriva una traccia erbacea portata dal tannino  e chiude con un ricordo terroso che lo contraddistingue in tipologia. Persistenza valida.

LA PUGLIA DI VINOÈ, PIETREGIOVANI

La storia del titolare Fabio mi affascina. Ha origini pugliesi ma va a Milano per diventare un revisore contabile per poi tornare nelle terra d’origine per inseguire un nuovo progetto. Nasce così l’azienda Pietregiovani, vicino Bari, con l’obiettivo di produrre vino, olio e altre particolarità della zona.

Una volta prese le misure con la nuova realtà ecco che la dimensione di 9 ettari attuali permette una produzione di 12/15.000 bottiglie a seconda delle annate, facendo leva su vitigni autoctoni come il Minutolo, il Primitivo e il Negramaro.

La decisione di Fabio segue anche un processo di nuova considerazione della Puglia in ambito vinicolo. C’è bisogno di una riscoperta di una regione che può dire molto in ambito nazionale, soprattuto alla voce qualità e non solo a quella della quantità.

IL ROSATO DI NEGRAMARO È DI CASA

PIETREGIOVANI ROSATO A VINOÈPrendi un’uva decisa e di gran carattere, lasciale a salasso per circa 18 ore e poi togli le bucce per ottenere un rosato dal colore diverso dal solito, ma classico nella tipologia regionale. Il rosato pugliese è un must dell’estate per i molteplici abbinamenti che può offrire con il cibo.

Questo di Pietregiovani non ha il classico rosato di stampo provenzale, ma ha comunque una propria e ben definita identità. Al naso apre con piccoli frutti rossi, fiori freschi, una spolverata di pepe a dare leggera piccantezza e un ricordo di traccia vegetale.

In bocca è freschissimo, procura una bella e positiva salivazione. È questo che dà la piacevolezza e lo caratterizza in modo positivo. Resta anche un leggero residuo tannico che non intacca la degustazione, ma riporta alla mente il carattere poderoso del Negramaro. Continua con interessante sapidità per finire con un giudizio piacevole grazie alla bella beva.

NEGRAMARO 2011, L’ORIGINALE

PIETREGIOVANI NEGRAMARO A VINOÈ

Lo stile produttivo lo vuole integro e vero. Per questo affina 18 mesi in acciaio ed altri 12 in bottiglia. Non si cerca il legno che potrebbe alternarne il carattere, perché Pietregiovani vuole “accompagnare” il Negramaro verso la corrispondenza alla propria natura.

Il rosso rubino è leggermente meno profondo in tonalità, ma altrettanto non si può dire dei profumi. I frutti assumono una vena matura, carica di polpa con marasca e tracce di prugna che tirano le fila dell’olfatto. Aumenta il corpo olfattivo il tono noir dato da china e liquirizia su tutto, che ben si integrano alla speziatura presente ma non invasiva.

In bocca è abbastanza caldo, mai fuori luogo e sempre con l’attenzione a dimostrare il suo legame con il tono fruttato. Il tannino è presente ma al tempo stesso non invadente. Si muove in modo equilibrato fra le varie sensazioni, dimostrando di avere ancora voglia e tempo per mantenere intatte le sue caratteristiche. Mi piace come resta persistente e ciò non fa che confermare la sua voglia di rimanere presente nel tempo.

PRIMITIVO 2013

Pietregiovani Primitivo 2013 a Vinoè

So che il Primitivo più famoso e conosciuto è quello di Manduria. Non per questo, però, bisogna tralasciare le altre tipologie.

Questo di Pietregiovani ha qualcosa da dire, anche in etichetta visto che riporta una gradazione alcolica importante: 16%.

Spesso l’alcol presente nel vino non dice tutto, in quanto è solo una componente, certo importante, ma non l’unica per raccontare quanto un vino sia valido o meno.

Il Primitivo 2013 lo giudico comunque piacevole alla voce beva, nonostante il suo tenore alcolico. Arriva profumato, maturo e con frutti decisi a colpire anche per un inizio di sottospirito che fa capolino.

Ha un contorno che esprime tonalità speziate decise a farsi notare, con cannella e pepe che fanno da capofila. Si esprime meglio al palato con quella leggera nota terrosa che allunga piacevolmente la carica polposa data dai frutti.

Il calore qua entra in gioco in modo importante, si fa notare, ma al tempo stesso, sa come controllarsi per non invadere troppo. Lascia spazio alla nota fruttata, alla potenza del tannino, deciso ma comunque fine, che fa emergere una sapidità valida per bilanciare il tutto. Mi è piaciuta la persistenza, che colpisce per la nota amaricante che conclude il finale di degustazione.

VADO IN IRPINIA DA VILLA RAIANO

Il viaggio a Vinoè continua in Irpinia, la conoscete? Chi è più attempato la conoscerà, purtroppo, per la catastrofe naturale degli anni ’80, mentre ai più giovani chiedo se la conoscenza della regione Campania vada oltre Napoli e il suo bellissimo golfo. L’Irpinia è tutto il contrario delle zone più conosciute della Campania, ma non per questo non vale la pena conoscerla.

In Irpinia nevica, ci sono escursioni termiche giornaliere e stagionali importanti che caratterizzano il clima in modo netto e differente dalla zona costiera. L’Irpinia è anche un territorio isolato, fuori dalle classiche rotte turistiche e ha mantenuto una forte connotazione agricola e rurale.

Villa Raiano esiste dal 1996, mentre dal 2009 ha deciso di inaugurare la nuovissima cantina, fiore all’occhiello a livello architettonico e della commistione con l’ambiente circostante. L’azienda possiede vigneti in varie zone da cui trae le diverse tipologie di vini come Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Falanghina e Taurasi.

VENTIDUE 2015 – FIANO DI AVELLINO

Già il nome identifica la natura e la posizione del territorio di riferimento. Partendo dalla cantina ventidue sono i chilometri necessari per raggiungere il vigneto posto a circa 450 m.s.l.m. Questo Fiano è trattato come si conviene ai vini di grande lignaggio, con 10 mesi sui propri lieviti e con circa 14 mesi di bottiglia.

VILLA RAIANO VENTIDUE 2015

L’annata è ancora giovane, il Fiano ha bisogno di affinare per tirare fuori le sue qualità. Arriva a gran lena il tono agrumato che porta al naso toni ancora acri e da maturare che si mescolano con una bella mela gialla e un ricordo di pesca.

Mi piace anche il lato vegetale che si tramuta in timo e accenno di rosmarino che anticipano una spaziatura dolce data dal pepe bianco. Ha una valida intensità che si muove elegante, ma al tempo stesso decisa  tale da colpire la mia attenzione.

Al palato è conforme e perfettamente in linea con quanto espresso al naso, non cedendo alla voce integrità. Continua a concedere il proprio lato agrumato con maggior intervento della polpa matura della pesca gialla. Attenzione perché la freschezza non manca, anzi!

Sa colpire il palato procurando grande salivazione, così come si presenta caldo e con tenore alcolico deciso ma non troppo esagerato. Ovvio che non manchi anche la sapidità, visto il territorio da cui proviene. Provoca nel finale una salivazione limacciosa, quasi densa di salinità che induce piacevolezza e lunghezza alla voce persistenza. Bel vino!

ALIMATA 2015 – FIANO DI AVELLINO

Altro giro di Fiano di Avellino proveniente dal vigneto Alimata, che è anche il nome della contrada che da i natali a questa selezione. L’altitudine è la medesima che si trova per il Ventidue, ma cambia totalmente il terreno di riferimento.

VILLA RAIANO ALIMATA 2015

L’Alimata 2015 è un Fiano differente sia per esposizione che per terroir. Il tratto è lo stesso, la mano anche ma le sfumature diverse: se ciò non è testimonianza che il diverso territorio può dare differenti risultati, non saprei che altro esempio portarvi.

Al naso si dimostra più pieno, corposo e quasi sembrerebbe più maturo se non sapessi che è la stessa annata del Ventidue. Il solco fruttato spinge sempre sulle medesime tipologie di pesca, mela golden e agrumi ma sembrano tutti più polposi, quasi più maturi con la vena fresca di un pompelmo bianco che spinge nel finale di olfazione.

Anche in bocca dimostra questo salto evolutivo, questo innalzamento delle varie sensazioni in durata e modo di esporsi al palato. Mi piace come mi torna in bocca il tratto agrumato che si mantiene per molti secondi, anticipando il carattere vivo e spinto alla voce persistenza.

Il fruttato è bilanciato anche dalla vena vegetale con felce e salvia che ben si integrano con le spezie leggermente piccanti, ampliando il bagaglio delle sensazioni. Come già detto la persistenza aromatica è invitante e la sempre presente sapidità si inserisce in quella strada. Vino importante, di struttura e che saprà dare molte soddisfazioni per altri anni a venire.

CONTRADA MAROTTA 2015 – GRECO DI TUFO

VILLA RAIANO CONTRADA MAROTTA 2015

Altro giro, altra corsa per il turno del Greco di Tufo. Dico così per un’altra contrada, Marotta per la precisione, da cui proviene questo cru di Greco di Tufo. L’esposizione è ad Est a circa 650 m.s.l.m. e su terreni calcarei tufacei che portano alla luce la loro origine vulcanica. Ciò conferma quanto la produzione di Villa Raiano sia espressione di singoli terrori e singole contrade come poche altre volte si ritrovi in altre realtà.

È un Greco di Tufo selettivo al naso. È deciso nel modo in cui arriva, con tratti piacevoli, fini e ed eleganti. Ha una sola pecca, se così la vogliamo definire. È ancora un pò chiuso su sè stesso, quasi timido a voler dimostrare il suo vero valore. Credo sia un fatto di età del vino che potrà ulteriormente migliorare negli anni a venire.

Il terreno qua si racconta e si manifesta subito con la traccia minerale sulfurea che arriva dritta al naso. Quasi quasi supera anche la maturità dei frutti che dimostrano la vena acida ed agrumata mista a pienezza, maturazione e tensione aromatica.

Ha finezza, grande personalità con la mineralità che non lascia un attimo il palato, continuando a spingere in intensità come pochi altri vini. Nella sua lunga corsa è accompagnata anche da una piacevolissima sapidità, che completa la dignità territoriale del vino. Finisce con grande lunghezza, nel segno di finezza e eleganza. Grandissimo carattere!

LA BASILICATA DI VINOÈ, ELENA FUCCI

Quando si parla con i produttori si ascoltano storie e vissuto differenti. La storia di Elena Fucci è decisamente particolare. Parte dalla Basilicata per studiare a Pisa, per poi ritornare nella regione natia. Lascio a voi leggere di quanto l’energia, il legame con la terra di nascita e il romanticismo del vino hanno creato. Io vi parlerò del suo vino. Vi preannuncio che mi ha molto colpito.

ELENA FUCCI TITOLO 2015

Intanto partiamo dalla zona di produzione, il Vulture. Noi italiani dovremmo recitare un grande mea culpa nei confronti della Basilicata che per troppi anni abbiamo bistrattato e non considerata come invece merita. Abbiamo recuperato negli ultimi anni grazie alla ribalta di Matera, ma non basta. Va fatto di più per una regione che ha dire molto più di quanto abbiamo scoperto finora.

Il Vulture è una grande zona per la produzione del vino: la sua natura di origine vulcanica crea perle agricole e vinicole che sanno lasciare in eredità un bellissimo ricordo. Lo stesso che mi rimarrà del Titolo 2015, un vino decisamente espressivo del carattere e dello stile dell’azienda.

La produzione del Titolo è incentrata sulla ricerca della qualità prima di tutto e ciò è testimoniato anche dalla bassa resa per ettaro di 45/50 quintali. Ogni anno vengono prodotte circa 35/40.000 bottiglie in funzione del risultato della vendemmia. Anche la scelta di produrre un unico vino è figlia di una precisa scelta che rappresenti al meglio il territorio di provenienza.

TITOLO 2015

ELENA FUCCI TITOLO 2015

L’uva utilizzata per il Titolo è l’Aglianico del Vulture, regio uvaggio della Basilicata che, se ben vinificato, sa dare esempi magici e di grande qualità. L’affinamento inoltre prevede 12 mesi in barriques ed altri 12 mesi in bottiglia prima di uscire sul mercato.

Il colore nel bicchiere porta già in dote tutte le note del Vulture, con un rosso rubino intenso e ben vivo alla luce. Arriva al naso potente, con gran carattere e con uno stile tipico del terroir da cui deriva. Quando si parla di mineralità, quello che racconta il Titolo 2015 è l’esempio più fulgido. Si percepisce la natura vulcanica che si tramuta in un deciso sulfureo che tocca le narici.

Mora, prugna e marasca sono macerati, ben carichi di sapore e uniti al retrogusto di tabacco che sfuma in liquirizia e fiori secchi. Anche lo speziato è ben vivo, con chiodi garofano e pepe che sanno come essere pungenti.

È perfetto per intensità e complessità al naso e muove tutti i profumi in modo esemplare e ben amalgamati fra loro. Ha carattere e personalità da vendere che ritrovo successivamente anche al palato.

TITOLO/2, CONTINUA A SORPRENDERE

Infatti entra caldo, con fare leggermente terroso e con il giusto tocco ematico che si ritrova in molti vini di razza. Anche il tannino ha da dire e si muove in bocca ancora verde e giovane, ma al tempo stesso non così graffiante e ruvido da rovinare l’armonia della degustazione.

L’aglianico è un’uva di razza e le sensazioni finora dimostrate non fanno che confermare il lignaggio del principe del Vulture. Ovviamente ci sono tante altre sensazioni “di contorno”, come la sapidità che sorprende per la lunghezza di beva che riesce ad offrire. Oppure come quel principio di balsamico che sta per nascere e che sarà una piacevole conferma tra qualche anno.

Ha già stoffa da vendere nonostante sia un vino ancora giovane, ma già pronto a stupire per le sue qualità. Alla fine la bocca resta piena, viva di frutti e spezie e con quel tratto di humus ed ematico che dà piacevolezza. Ritornano anche liquirizia e china a rendere ancora più profonda la degustazione. L’ultima carta che si gioca il Titolo 2015 è la persistenza, così lunga da essere quasi infinita. Sicuramente uno dei migliori assaggi di Vinoè.

IL VIAGGIO A VINOÈ CONTINUA IN EMILIA ROMAGNA

Al banco dell’azienda Costa Archi ho conosciuto Gabriele, il titolare, che mi ha intrattenuto e affascinato con il racconto della sua storia, figlia della decisione di raccogliere l’eredità di famiglia sui colli di Imola. L’azienda esiste dagli anni ’60 quando il nonno di Gabriele decise di puntare sull’Albana per coltivare i vigneti in località Serra.

Gabriele ha iniziato la propria carriera nel 1995, appena tornato dal servizio di leva puntando, decisamente in controtendenza, sul Sangiovese. Dopo anni di prove e vendemmie, inizia a commercializzare la prima annata nel 2004, portando sul mercato il frutto dei 9 ettari rimasti in suo possesso.

Da molto tempo credo che alcune zone dei colli romagnoli possano avere potenzialità simili ai colleghi toscani. Ci sono vini e produzioni che riescono comunque a cogliere l’essenza del Sangiovese, aldilà dei confini regionali che dividono le due zone.

Oggi la produzione di Costa Archi arriva a circa 15.000 bottiglie che variano in funzione delle annate, vista la particolare artigianalità voluta e seguita da Gabriele. Intanto faccio i miei complimenti per la particolare empatia ma anche per gli interessanti vini. Ve ne parlo ora.

MONTE BRULLO 2012 SANGIOVESE ROMAGNA DOC

COSTA ARCHI MONTE BRULLO 2012

Il vino è un Sangiovese di Romagna Doc in versione Riserva e proveniente da un’unica vigna in località Serra. Interessante anche il fatto che sia prodotto da un’unica vigna e che non ci sia spazio per altre uve oltre che il Sangiovese.

Costa Archi pone molte attenzioni per il loro “cru aziendale” che subisce un passaggio in tonneaux per 14 mesi, successivamente sosta 20 mesi in vasche di cemento per poi affinare gli ultimi 12 mesi in bottiglia prima della commercializzazione.

I frutti sotto spirito hanno una gran forza nel presentarsi al naso, così come l’insieme di spezie formate da pepe, chiodi di garofano e anice non fanno nulla per nascondersi. Nonostante gli anni sulle spalle sale con fare fragrante, pieno ma anche elegante. La complessità è giusta, lodevole e ha modo di rendere giustizia al vitigno di origine.

Arrivano poco dopo anche i tocchi evolutivi che portano alla mia attenzione tabacco biondo, polvere di cacao, un deciso sentore balsamico che dà freschezza all’olfatto, nuovamente reso cupo da una vena ematica che ha un che di leggermente ferruginoso. Anche al palato non delude, ma anzi conferma la sua natura complessa.

È caldo, ovvio, ma ciò che sorprende è il tannino ancora graffiante, vivo e che non sembra voler mollare la presa del tempo. La sapidità è giusta, non eccessiva, mentre la morbidezza leggermente sottotono rispetto all’annata. È un buon segno per la longevità e la vita del vino. Persistenza giusta che dà ulteriore fiducia per il futuro.

LE BARROSCHE 2016 RAVENNA BIANCO IGT

COSTA ARCHI LE BARROSCHE 2016

Ecco un’altra particolarità dell’azienda Costa Archi. In molti in Romagna scelgono l’Albana, quando si parla di vitigni bianchi, per rappresentare la regione. Gabriele ha scelto di vinificare il Montù, un altro vitigno autoctono ma che non ha la solita conoscenza mediatica.

Non conoscevo il vitigno, davvero poco diffuso ma che a breve vi sorprenderà per le proprie caratteristiche. Anche qua si parla di un’unica vigna da cui proviene il vino. Il Montù, anche chiamato Bianco Faentino, fa derivare il proprio nome dall’espressione dialettale “molt’ù”, che significa molta uva.

Mi ha sorpreso in tutto, anche per quel residuo tannico che si sente all’assaggio. Già proprio il tannino, eterno sconosciuto nei vini bianchi. È una caratteristica propria del vitigno e vi dirò che non infastidisce neppure.

Poi il vino è anche poderoso nel tono agrumato, con una bella pera che completa il tocco fruttato. È fresco all’olfatto, piacevole così come lo è al palato, rendendo la degustazione veramente gustosa. Ha un leggero tono fumè, probabilmente proprio del vitigno, che riporta alla mente l’odore del fieno secco.

Continua con una vena erbacea che ritrovo anche al palato. Gli dà profondità e ancor più freschezza, già a buoni livelli. La beva è piacevole, salivante e punta su una persistenza interessante.

TENUTA SANTORI, LA NUOVA FRONTIERA DELLE MARCHE

TENUTA SANTORI A VINOÈ

Un’altra visita in un’altra giovane azienda presente a Vinoè, Tenuta Santori dalle Marche. Era il 2012 quando uscì la prima annata commercializzata dall’azienda che si trova a Ripatransone sulle colline picene. È una zona di confine Ascoli Piceno con le Marche che stanno per finire e l’Abruzzo che si incunea in una perfetta fusione territoriale.

Capita anche con i vitigni visto che Tenuta Santori ha portato a Vinoè l’intera produzione che prevede Pecorino e Passerina come rappresentanti della gamma di vini bianchi. La zona di produzione è quella dell’ Offida DOCG, ben interpretato grazie anche all’agricoltura biologica.

OFFIDA PASSERINA 2016

TENUTA SANTORI PASSERINA 2016

Iniziamo dal nome che deriva dagli acini prediletti dai passeri, forse per la loro importante concentrazione di gusto. È un vitigno riscoperto negli ultimi anni, in quanto prima era bistrattato a favore di altri ben più famosi. La Passerina è un vitigno dalla beva piacevole, ideale anche come vino da aperitivo ma non per questo da sottovalutare.

Mi ha colpito per la sua fragranza di profumi, ad iniziare da pesca bianca, un pizzico di ananas e un insieme di candidi fiori bianchi ad aumentare la bella sensazione di freschezza. Non manca neppure una fine trama vegetale, ben integrata con il resto. Non ha punte di intensità e complessità che svettano ma al naso è veramente gradevole.

Anche al palato è fresco, piacevolissimo e con un deciso sentore fruttato portato da mela e ananas che tornano a farsi protagoniste. Punta tutto sulla freschezza, sul fare giustamente sapido e con un beva decisamente invidiabile. Valida persistenza.

OFFIDA PECORINO 2016

Quando si parla di Pecorino bisogna sempre ricordare la sua grande personalità e la capacità di affinare lungo tempo. Purtroppo è un vitigno che non ha una grandissima produttività ed è per questo che in passato era dedicato a territori molto ristretti. Oggi il Pecorino ha ritrovato nei viticoltori la giusta considerazione e quando ben fatto, come nel caso di quello di Tenuta Santori, sa dare grandissime soddisfazioni.

TENUTA SANTORI PECORINO 2016

Rispetto alla Passerina questo Pecorino ha un passo differente, più elegante ed anche più fine. I profumi di fiori e frutti sono perfettamente integrati con una particolare fragranza che alimenta il fuoco della finezza e dell’eleganza sopra a tutto.

Frutti a polpa bianca come pompelmo, mela gialla e albicocca che stemperano con un filo delicato che si collega alle note bianche dei fiori e alla sempre presente fragranza e delicatezza di profumi erbacei. Danno spessore e allargano la presenza di fronte all’olfatto.

Entra al palato sempre presente con il tono agrumato e fresco, con una discreta potenza che anticipa il ritorno della mela e dell’albicocca. Non impegna come calore procurato, bensì riesce a colpire l’attenzione con la sempre presente e lunga freschezza. Si muove nel palato con fare deciso ma al tempo stesso franco ed elegante, mettendo di fronte al gusto anche una sempre presente sapidità.

Alla fine è un vino piacevolissimo, ben fatto, che invoglia alla beva e che mantiene caratteristiche tutte accumunate da eleganza e finezza.

ROSSO PICENO SUPERIORE 2015

TENUTA SANTORI ROSSO PICENO 2015

È l’unico vino dei tre figlio di un assemblaggio di diversi vitigni con 65% di Montepulciano e 35% di Sangiovese. Segue un affinamento all’80% in acciaio e per i restante l20% in barrique per circa 6 mesi.

Si affaccia all’esame olfattivo con ricordi di frutti polposi, carnosi, sempre giovani e fragranti. Ciliegia e susina sono accompagnate da rosa fresca e da una speziatura dolce. Continua a mantenere fede alla sua natura ancora all’assaggio al palato, senza strafare con il calore, piuttosto mantenendo vivo il ricordo pieno e polposo dei frutti già sentiti al naso.

Anche il tannino recita una parte delicata, facendo di tutto per non turbare l’equilibrio della scena con inutili punte di astringenza e forza. Riesce a dare un fine accenno polveroso che dà ampiezza e particolarità all’assaggio. La persistenza è valida e permette di godersi un bel bicchiere di vino rosso in tutta piacevolezza.

A VINOÈ INCONTRO ANCHE IL RE DELLA TOSCANA

Che se ne vogliano le altre denominazioni toscane, ma di re nell’ex Granducato ne esiste solo uno e si chiama Brunello di Montalcino. Tante denominazioni toscane hanno fascino e storia da vendere ma nessuna può toccare le corde della personalità e raffinatezza raggiunte dal Brunello.

Ovviamente ci sono Brunello e Brunello. L’espressione di Lisini è una delle più classiche ed integerrime rispetto alla tradizione della tipologia. Siamo nella parte meridionale di Montalcino, in quel versante Sud che dà i natali a tante aziende di spessore e rilievo.

Lisini esiste dal 1967, anno in cui la proprietaria Elina fondò il Consorzio di Tutela assime ai rappresentanti di altre 24 aziende. In pratica dei pionieri della tipologia. Oggi Lisini continua a vinifcare come un tempo e non ha ceduto alle mode del momento. Ecco perché in azienda non esistono barrique, ma solo ed esclusivamente botti grandi.

BRUNELLO DI MONTALCINO 2012

LISINI BRUNELLO DI MONTALCINO 2012

Lo stampo elegante e tutto d’un pezzo si percepisce fin da subito. Non serve indagare per capire alla prima olfazione che si ha di fronte un grande vino. Ha portamento, eleganza e franchezza tipiche delle migliori interpretazioni della denominazione.

I frutti che si percepiscono sono ancora fragranti, vivissimi nonostante il tono sottospirito che vira subito verso le narici. Evidenti in modo netto e limpido anche i tratti derivanti dall’evoluzione degli anni di botte: tabacco biondo, polvere di caffè, etereo del balsamico, sottobosco e accenno di cuoio. Tutti i profumi si muovono in un bel contorno di eleganza, leggerezza e rispetto delle singole parti, con un cappello finale mentolato che dà lunghezza e freschezza a tutte le altre sensazioni.

Al palato dimostra già di essere già un gran vino, ma anche di lasciar immaginare cosa potrà dare in futuro. In ogni caso non è così invadente, anche col tannino che dimostra le caratteristiche di queste latitudini, anche se mai con decisione eccessiva.

L’alcol spinge, porta in dote capacità di vedere avanti negli anni, aprendo le porte alle possibilità che potrà avere la morbidezza. Non tralascia quel pizzico di freschezza che completa il quadro delle qualità da gran vino. Persistenza lunga, piacevole e completa.

LA VALTELLINA DI ALBERTO MARSETTI A VINOÈ

La Valtellina è una zona quasi impossibile da replicare. D’altronde è difficile ritrovare una zona in cui si usi l’elicottero per la raccolta delle uve dalla vigna fino al camion che andrà dritto in cantina. Non è un vezzo di imprenditori pazzi che voglio sorprendere con le loro eroiche gesta, quanto una necessità data dalla conformazione del territorio.

Questa asprezza e ritrosia all’ospitalità dei colli valtellinesi si ritrova poi nei vini, che spesso hanno un carattere ed una personalità difficilmente rintracciabili in altre tipologie. È talmente particolare, la Valtellina, che le cinque sottozone producono vini con sfumature e differenze spesso tangibili.

L’azienda Alberto Marsetti si trova in zona Grumello, perfettamente al centro delle cinque e quella che conferisce vini dal perfetto equilibrio e con notevoli potenzialità di invecchiamento. Gli ettari vitati sono 8 per una produzione totale di circa 50mila bottiglie.

Prima di passare al racconto dei vini è doveroso accennare all’uva regina della Valtellina, il Nebbiolo o Chiavennasca come si usa dire da quelle parti. Ovviamente è un Nebbiolo diverso dalla Langhe, è un Nebbiolo di montagna che ha tratti differenti. Scopriamoli.

GRUMELLO 2013 VALTELLINA SUPERIORE

MARSETTI GRUMELLO 2013

Questo Grumello 2013 compie 24 mesi di affinamento in grandi botti di rovere e poi circa 8 mesi di affinamento in bottiglia. Giusto per dire, è un trattamento consono che si usa per il Nebbiolo.

Segue un percorso di eleganza al naso con tocco macerato che porta bella piacevolezza e si inserisce in un perfetto intreccio con la tonalità balsamica.

Sento anche un tono a trama cupa potato al naso da liquirizia, tabacco, cacao amaro e tamarindo, che si posiziona poco dopo l’arrivo al naso dei sentori speziati.

All’assaggio al palato dimostra ancora una volta la sua eleganza, non tramortendo con eccessivo calore. Piuttosto dà l’impressione di una freschezza al di sopra della media. Il tannino è deciso, ma anche abbastanza levigato da non rendersi tagliente, pur con un nerbo verde ancora presente.

È molto piacevole alla beva, con un intensità valida per la tipologia, ancora pronto e lungi dal finire il proprio racconto. La persistenza è lunga e mantiene intatte tutte le sensazioni evolutive percepite al naso.

SFURZAT DELLA VALTELLINA 2012

Siamo al massimo livello della qualità valtellinese che produce un vino di gran calsse che può tranquillamente stare nell’olimpo delle tipologie italiane. Il nome Sfurzat deriva da “forzare”, perchè le uve atte a diventare Sforzato vengono fatte appassire sui graticci prima della vinificazione.

Lo Sfurzat pertanto ha un percorso simile a quello dell’ Amarone della Valpolicella, sicuramente il più conosciuto vino italiano figlio di uve appassite. La pigiatura delle uve dello Sforzato, secondo disciplinare, non può avvenire prima del 10 Dicembre, pertanto la media di appassimento è di circa 3 mesi.

ALBERTO MARSETTI SFURZAT 2012

È IL RE DELLA VALTELLINA

I vini della Valtellina sono sempre interessanti ma lo Sfurzat è sempre un bel livello sopra. Mi sorprende la sua ampiezza olfattiva, arriva al naso si potente ma anche pienissimo di variegati profumi. È dura definire chi prevalga perché non manca neppure di finezza nel modo in cui porta al naso tutti i vari sentori.

È come una pozione magica fatta da marasca sotto spirito, prugna secca e confettura di more. Si uniscono con fare perfetto alle erbe aromatiche che fanno da apripista al mentolato di eucalipto che continua a stuzzicare l’olfatto per vari secondi.

Subito dopo arriva il vortice creato dell’evoluzione con tabacco nero, foglie di tè, pepe nero, china e sottobosco umido che allunga tutte le varie sensazioni. Dà profondità e lunghezza integrate per potare piacere all’olfatto.

Entra caldo al palato, potente ma senza quella supponenza di un vino che vuole essere arrogante con la bocca. Ha un tannino carico che evidenzia la sua natura di protagonista, ma senza sopraffare la freschezza del mentolato e dell’erbaceo che ritornano in modo piacevole.

Ha tantissimo corpo, è strutturato ovviamente, pieno di gusto ma si muove fine ed elegante, anche grazie al ricordo di residuo zuccherino lasciato dai frutti appassiti. Come intensità e ampiezza di bocca non si può che premiarlo, ma anche come finezza perché non si sfoga nell’invadenza. È così piacevole e altrettanto persistente che induce alla beva, nonostante la struttura e il tenore alcolico. E questo è il miglior complimento che si possa fargli.

VERSO LA VALPOLICELLA DI VENTURINI

Dopo la Valtellina passo alla Valpolicella, altro territorio di riferimento per la nostra produzione enologica. Conosco un produttore appassionato che dal 1963 porta avanti la cultura della Valpolicella in modo classico e “senza tempo”. L’azienda si chiama Venturini, si trova a San Pietro in Cariano, nel cuore della Valpolicella classica, possiede 15 ettari di vigneti e produce circa 120mila bottiglie. Insomma ci troviamo di fronte ad un’azienda “custode della tradizione” della Valpolicella. Le aspettative sono alte!

Molti di voi conosceranno la Valpolicella per l’Amarone, il vino simbolo di questa zona. La fama dell’amarone travalica anche i confini nazionali e lo si può eleggere come uno dei vini simbolo del nostro paese. È conosciuto per essere un vino di grande struttura e personalità, ma spesso si rischia di carpire male la sua stessa personalità, scambiandolo per un vino difficilmente interpretabile.

Ma l’Amarone ha tanto da raccontare nel bicchiere. Ci arriva dopo una particolare cernita delle uve, che possono variare da vino a vino, oltre ad un lungo periodo di appassimento, anche questo variabile. È questa la bellezza e la particolarità dell’Amarone rispetto a Barolo e Brunello. Non c’è un Amarone uguale all’altro, nel modo in cui viene vinificato, per cui è importante essere curiosi nel capire le differenze che li contraddistinguono.

VENTURINI AMARONE DELLA VALPOLICELLA CAMPOMASUA 2012

Questo Amarone è il cru dell’azienda, prodotto da una specifica vigna ai piedi del Monte Masua di 1,5 ettari posizionati a circa 250 m.s.l.m. Viene prodotto solo nelle migliori annate e quando si crede che le uve siano degne del cru Campomasua. Vengono assemblate al 70% Corvina, al 20% Rondinella e al 10% Corvinone, facendole appassire per circa 5 mesi e poi subire un affinamento in botte grande per 3 anni e 6 mesi.

VENTURINI AMARONE CAMPOMAUSA 2012

Dopo la Sfurzat ecco un altro cavallo di battaglia che sa come farsi apprezzare. Ha un naso pieno, corposo ma ciò nonostante con buon equilibrio tra parte fruttata, vegetale e quella evolutiva. La potenza è controllata per non renderla eccessivamente fuori controllo, pur dando subito l’impressione del campione di razza. Ha eleganza e finezza, nonostante sia fisicamente strutturato per impressionare le narici già dal primo incontro. Ci sono tante profumi in questo Campomasua 2012, molti di più di quelli che vale la pena raccontare.

Frutti macerati, caldi e polposi con mora, prugna e marasca che sembrano esplodere in bocca nella loro essenza quasi dolciastra ed appassita. Non manca di dare spazio all’evoluzione con cioccolato amaro, accenno di cuoio, un fumè fine che ricorda il tabacco nero. Sono ben integrati con l’eucalipto che smorza la profonda vena scura di china e tratto ematico.

PALATO PIENO E PROFONDO

Anche al palato si dimostra elegante, pur mostrando in modo più evidente le proprie innate caratteristiche. È caldo a non finire, come è giusto che sia, ma non spiacevolmente irritante come i 16,5 gradi alcolici lascerebbero immaginare. Ritorna a gran corsa la carica fruttata che sembra voglia prendere possesso del palato, dando il ricordo di frutti quasi masticabili.

Ha già una sua morbidezza di base che lo rende piacevole, al cospetto di un tannino che è gentile, delicato nel modo di porsi. Ma anche ben consapevole del ruolo di contraltare alla morbidezza e calore che deve portare avanti. Possiede una lunga tensione aromatica, ma anche piacevolezza e persistenza che superano le normali aspettative. E sapete qual è il complimento migliore? Nonostante la sua forza, carica e tenacia resta un Amarone piacevole che rimanda alla beva. Bravi!

NON C’È DUE SENZA TRE

La mia seconda edizione di Vinoè finisce qua. Anche stavolta mi sono divertito ad incontrare produttori che raccontano il vino attraverso le loro produzioni di qualità. Questo è ciò che mi auguro di continuare a vedere nelle prossime edizioni. Finora ha funzionato, ed anche bene, continuate a mantenere questa ricetta anche in futuro!

Mando pertanto un sentito ringraziamento a Fisar e agli organizzatori di Vinoè per l’ospitalità e la professionalità dimostrate, con l’augurio di rivederci alla prossima edizione.

Ma ringrazio vivamente anche la persona che ha saputo accompagnarmi e trovare la giusta vena fotografica. Ringrazio Sabrina Biagi di Vivendo di Momenti per la grande professionalità dimostrata.

Vinoè 2017

Ci vediamo il prossimo anno!

di MORRIS LAZZONI

VinoperPassione

Il vino è semplice da capire, basta avere passione

vinoperpassione2015@gmail.com

18 Novembre 2017. © Riproduzione riservata

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